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Bitchat e proteste in Iran: l’app che aggira i blackout di Internet

Durante la repressione digitale del regime, i manifestanti iraniani usano Bitchat, la messaggistica Bluetooth di Jack Dorsey

Durante le proteste che stanno attraversando l’Iran, il controllo delle comunicazioni è tornato a essere uno degli strumenti principali della repressione. Le autorità hanno imposto blackout estesi di Internet e delle reti mobili per isolare i manifestanti, limitare la circolazione di immagini e impedire il coordinamento delle proteste. In questo scenario, migliaia di cittadini si stanno affidando a Bitchat, un’app di messaggistica decentralizzata che funziona senza connessione Internet, sviluppata da Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter, e si basa su una rete peer-to-peer via Bluetooth. A differenza delle app di messaggistica tradizionali, non utilizza server centrali, numeri di telefono o connessioni dati: i messaggi passano direttamente da uno smartphone all’altro, creando una rete locale in grado di funzionare anche durante i blackout imposti dal governo. Una caratteristica che ha reso l’app particolarmente adatta ai contesti di censura digitale.

Secondo fonti internazionali, nelle settimane di maggiore intensità delle proteste i download di Bitchat in Iran sono aumentati rapidamente, nonostante le difficoltà di accesso agli store ufficiali. L’app viene spesso condivisa tramite installazioni dirette e trasferimenti Bluetooth, sfruttando proprio la tecnologia su cui si basa. Per molti manifestanti è diventata una delle poche possibilità rimaste per scambiarsi informazioni, segnalare la presenza delle forze di sicurezza e mantenere un minimo di coordinamento.

L’uso di Bitchat si inserisce in una strategia ormai ricorrente nei Paesi soggetti a repressione digitale: quando Internet viene oscurato, emergono strumenti alternativi per restare connessi. In Iran sono nate anche versioni locali e adattamenti dell’app, sviluppati per supportare la lingua persiana e migliorare l’usabilità in situazioni di emergenza. Una risposta tecnologica che si muove rapidamente, spesso fuori dai canali ufficiali.

Il contesto politico resta però estremamente critico. Le proteste, alimentate da crisi economica, inflazione e restrizioni alle libertà civili, sono state affrontate dal regime con arresti, uso della forza e un controllo sempre più stretto dello spazio digitale. Organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo l’uso sistematico dei blackout di Internet come strumento di repressione, utile a isolare il Paese dall’attenzione internazionale.

Non mancano le criticità. Esperti di cybersicurezza sottolineano che Bitchat, pur riducendo la dipendenza dalle infrastrutture controllate dallo Stato, non garantisce anonimato totale né protezione assoluta dalla sorveglianza. In un contesto ad alto rischio come quello iraniano, anche le tecnologie decentralizzate possono esporre gli utenti a pericoli se usate senza adeguate precauzioni.

Nonostante i limiti, Bitchat è diventata uno dei simboli della resistenza digitale iraniana. In un Paese sempre più scollegato dalla rete globale, la battaglia per la libertà passa anche attraverso il Bluetooth, trasformando una semplice app di messaggistica in uno strumento politico. Ancora una volta, la tecnologia si conferma uno dei terreni centrali dello scontro tra controllo e libertà.

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