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Chi è di scena? Noi, l’intelligenza artificiale e la scomparsa della responsabilità

Dialogo con Stefano Epifani a partire dal suo libro “Il teatro delle macchine pensanti. 10 falsi miti sull’intelligenza artificiale e come superarli”

L’IA non pensa.

L’IA non è imparziale, non è neutrale.

Ma l’IA non è nemmeno intenzionale o infallibile.

E non è etica.

Il tempo, questo nostro attuale, ci chiede con urgenza una chiarezza di fondo su cosa è e cosa non è l’intelligenza artificiale perché la stiamo fortemente antropomorfizzando  e delegando le responsabilità, la comprensione e disattivando lo spirito critico. Ogni strumento, al contrario, per essere usato in maniera responsabile deve essere compreso. Sembra quasi che abbiamo smesso di chiederci “come funziona” e ci basta che una risposta sia precisa perché ci sembri vera e l’autenticità viene rimpiazzata dalla plausibilità.

La plausibilità è comoda: scorre bene, suona convincente, sta in un post, funziona in un reel, non richiede contesto. È la forma perfetta per un ecosistema dove l’attenzione è breve, la velocità è tutto e l’engagement diventa una valuta. E ora, con l’intelligenza artificiale generativa, questa plausibilità può essere prodotta in serie, con una qualità sempre più alta e una fatica sempre più bassa.

Ma se tutto può essere scritto “bene”, detto “bene”, impaginato “bene”, persino simulato “bene”… cosa resta della fiducia? E cosa succede alle persone che comunicano, lavorano, si informano e costruiscono relazioni dentro questo scenario?

Ne parlo con Stefano Epifani, docente di Internet Studies presso l’Università Sapienza di Roma dal 2003, e autore del libro “Il teatro delle macchine pensanti. 10 falsi miti sull’intelligenza artificiale e come superarli”.  La tesi centrale che emerge dall’analisi dei materiali di ricerca è che l’intelligenza artificiale (IA), nella visione di Epifani, non sia un mero artefatto tecnologico, ma un “dispositivo narrativo”. Come tale, essa opera all’interno di un “teatro” sociale dove le macchine recitano ruoli assegnati loro dagli esseri umani: oracoli, salvatori, distruttori. La comprensione di questa messa in scena è la conditio sine qua non per recuperare una sovranità decisionale che rischia di essere erosa non dalla potenza degli algoritmi, ma dalla fragilità delle nostre categorie interpretative.

Nel libro parli di “teatro” delle macchine pensanti: chi sono oggi gli attori principali della narrazione sull’IA e chi rischia di restare fuori scena, cioè senza voce?

Quando parlo di “teatro” dell’IA non penso a una messa in scena neutra, ma a un palcoscenico dove alcuni hanno il microfono sempre acceso e altri restano dietro le quinte. Oggi parlano soprattutto le grandi piattaforme, i vendor che controllano infrastrutture e modelli, e una narrazione mediatica che oscilla tra miracolo e catastrofe. È una narrazione potente, perché semplifica. Restano spesso senza voce i cittadini come soggetti di scelta, i lavoratori che stanno nelle filiere invisibili dell’IA, le PMI e molte pubbliche amministrazioni che adottano sistemi decisionali senza poter davvero negoziare criteri, obiettivi e responsabilità. Il punto non è chi “usa” la tecnologia, ma chi decide le regole del gioco e chi risponde degli effetti. Ed è lì che si gioca il vero potere.

Nel “teatro” allestito da Epifani, l’IA “recita”. Questo verbo è fondamentale. Quando un LLM (Large Language Model) risponde a una domanda, non sta formulando un pensiero, ma sta recitando una parte basata su pattern probabilistici. L’errore umano risiede nel confondere la performance con la competenza.

2. Tra i 10 falsi miti che analizzi, qual è quello più pericoloso per le persone che lavorano nel digitale e perché?

Il mito più pericoloso è quello dell’imparzialità, ma il suo effetto più insidioso è la delega epistemica che produce. Se l’IA viene percepita come neutrale, oggettiva o addirittura più competente, le persone smettono non solo di decidere, ma di capire. Si delega al sistema non soltanto l’azione, ma la costruzione stessa del sapere: cosa conta come informazione rilevante, quali nessi causali sono plausibili, quali alternative vengono escluse. Nel lavoro digitale questo genera un cortocircuito profondo: le scelte diventano opache proprio perché sembrano fondate su una razionalità superiore. E più una decisione appare scientifica, più diventa difficile contestarla. È così che la delega tecnica si trasforma in rinuncia cognitiva.

3. Molte persone vivono l’IA con una miscela di fascinazione e ansia: qual è, secondo te, la paura più razionale e “sana” da tenere, e quale invece è una paura gonfiata che ci distrae dai veri problemi?

La paura più sana non è quella di un’IA che prende coscienza o si ribella, ma quella di perdere il controllo sulle decisioni. Su chi definisce gli obiettivi, su quali criteri vengono ottimizzati, su chi risponde quando qualcosa va storto. L’IA introduce un livello di intermediazione cognitiva nuovo e potente e, se non lo governiamo, sposta potere senza che ce ne accorgiamo. La paura gonfiata, invece, è quella dell’IA “visionaria”, che allucina come una mente umana. Il problema reale è più semplice e più pericoloso: sistemi che producono contenuti plausibili anche quando sono falsi, perché non sanno cosa sia il vero. Concentrarsi sulla metafora sbagliata ci distrae dalle contromisure giuste.

4. Se l’IA non è “intelligente” come la immaginiamo e “non pensa” come sappiamo, allora il punto non è la tecnologia ma l’uso che ne facciamo: quali competenze umane diventano davvero centrali nel lavoro e nella cittadinanza digitale?

Se l’IA non pensa come un essere umano, allora la differenza la fa il modo in cui la usiamo e quanto la comprendiamo. Accanto alla responsabilità, al pensiero critico e alla capacità di leggere i contesti, diventa centrale una conoscenza profonda e diffusa delle caratteristiche degli strumenti di IA che utilizziamo. Non per trasformarci in ingegneri, ma per sapere che tipo di oggetti stiamo maneggiando. Solo così possiamo fare le domande giuste e comprendere il modo in cui le risposte vengono costruite. Senza questa consapevolezza, l’interazione con l’IA rischia di ridursi a un atto di fiducia, e una fiducia non informata è sempre una forma di delega.

5. In che modo l’IA sta cambiando il rapporto tra persone e informazione: stiamo andando verso una società più informata o verso una società più “convinta” dove l’autenticità viene rimpiazzata dalla plausibilità?

Il rischio non è soltanto quello di una società più convinta che informata, ma quello di una nuova reintermediazione cognitiva. L’IA non si limita a produrre contenuti: si interpone tra le persone e l’informazione, riorganizza ciò che vediamo, come lo vediamo e in quale ordine lo comprendiamo. È un’intermediazione potente perché è invisibile e continua, e perché restituisce risposte già cognitivamente impaginate. In questo contesto la plausibilità tende a sostituire l’autenticità, e l’autorevolezza viene confusa con la fluidità del linguaggio. Il problema, ancora una volta, non è la tecnologia in sé, ma l’accettazione passiva di questa nuova mediazione.

6. Se dovessi dare una sola priorità per rimettere le persone al centro della trasformazione digitale — a scuola, nelle aziende e nella pubblica amministrazione — quale sceglieresti: formazione, regole, trasparenza degli algoritmi, cultura dei dati o responsabilità manageriale? E cosa non stiamo facendo abbastanza, oggi?

Se dovessi indicarne una sola, direi la responsabilità manageriale. Non perché formazione, regole o trasparenza degli algoritmi non contino, ma perché senza qualcuno che risponda delle scelte prima che i sistemi entrino nei processi e degli effetti dopo che li hanno prodotti, tutto il resto rischia di ridursi a adempimento o a narrazione rassicurante. Oggi non stiamo facendo abbastanza proprio su questo punto: attribuire responsabilità chiare ex ante e misurare seriamente gli impatti ex post. Rimettere le persone al centro della trasformazione digitale significa, prima di tutto, rimettere qualcuno al centro della responsabilità.

In un momento storico in cui la narrazione sull’IA oscilla schizofrenicamente tra l’utopia salvifica e l’apocalisse occupazionale, il lavoro di Epifani agisce come un potente acido corrosivo contro le incrostazioni retoriche. Perché, come si dice in un passaggio del volume, “Io non paura delle macchine che si ribellano ma dell’umanità che delega senza comprendere”.

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