Per un nuovo paradigma del pensiero umano in dialogo evolutivo con l’IA e la persona tecnologica
Premessa: l’intelligenza nel posto sbagliato
“L’intelligenza artificiale ha la stessa intelligenza di una caffettiera”. La provocazione di Luciano Floridi è una delle definizioni più fortunate degli ultimi anni. Il suo successo non dipende soltanto dall’efficacia comunicativa. Costringe a una salutare operazione di disincanto: ricorda che i grandi modelli linguistici non hanno coscienza, non fanno esperienza del mondo e non possiedono intenzionalità nel senso umano del termine. Attribuire loro una mente sarebbe un errore filosofico prima ancora che tecnologico. Eppure, proprio questa metafora rischia di produrre un secondo errore, meno evidente ma forse più profondo. L’equivoco consiste nel continuare a cercare l’intelligenza nello stesso luogo in cui l’abbiamo cercata per millenni: dentro un soggetto. Dentro l’anima. Dentro la mente. Dentro il cervello. Oggi dentro un algoritmo. E nel tempo l’interrogativo è rimasto identico: chi è intelligente? È la domanda sbagliata, o meglio una domanda ormai insufficiente. Nel dibattito italiano sull’IA quasi tutti discutono che cosa è l’IA. Il fulcro della nuova era è invece discutere che cosa diventa il pensiero umano quando entra in relazione stabile con l’IA. La vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe non consistere nell’aver costruito macchine intelligenti, ma nell’aver dato vita ad una nuova forma di intelligenza legata al luogo stesso in cui essa emerge.
Abbiamo sempre pensato che il pensiero fosse una proprietà individuale. Un uomo pensa, una donna pensa, un cervello pensa. Quindi l’intelligenza è un attributo del soggetto. L’IA ci obbliga a prendere in considerazione un’ipotesi diversa. E se una parte dell’intelligenza non appartenesse più esclusivamente né all’uomo né alla macchina, ma alla relazione stabile che essi costruiscono? Un fenomeno, del resto, che riguarda anche i rapporti fra esseri umani, ma che con l’IA si inoltra su di un terreno nuovo e sconosciuto. Ecco perché la riflessione oggetto del presente studio non è semplicemente sull’intelligenza artificiale. Proprio grazie all’IA, è una riflessione sull’intelligenza e sulle sue diverse possibili e nuove forme.
La macchina funziona come noi? No.
Abbiamo visto come Floridi ricordi a tutti che l’intelligenza artificiale possiede una capacità di comprensione ed elaborazione limitata. Dietro la brillante immagine della caffettiera, l’assunto è che l’essere umano resti l’unico a possedere la facoltà peculiare di “intelligere”. Una facoltà che con lo sviluppo di tecnologie avanzate si starebbe progressivamente indebolendo. Nessuno può sostenere ragionevolmente – quindi con intelligenza – che la risposta di Floridi sia sbagliata: l’IA pensa? Certamente no. Questa mia analisi ipotizza piuttosto che sia la domanda ad essere non più adeguata ai nuovi paradigmi dell’intelligenza. Per molti anni, infatti, trainati anche dagli scenari distopici di libri e film fantascientifici, abbiamo posto all’intelligenza artificiale una domanda che oggi rischia di essere diventata vecchia: quanto sei intelligente? Sei come noi, o puoi diventarlo? Dal test di Turing in poi, abbiamo misurato la sua capacità di calcolare, tradurre, riconoscere immagini, scrivere programmi, superare esami, diagnosticare malattie, produrre testi. Poi sono arrivati i grandi modelli linguistici e la domanda si è fatta più inquietante: quanto ci assomiglia? Ragiona? Comprende? È creativa? Potrà diventare cosciente? Potrà superarci, oppure già lo fa?
Sono domande importanti, ma non esauriscono il problema. Perché continuano a interrogare il nuovo mondo dalla prospettiva della somiglianza fra macchina e uomo. Chiedono alla macchina di dirci se “funziona come noi”. La risposta a questo tipo di domande sarà sempre negativa, perché un software, anche se evoluto alla massima potenza e installato in un robot dalle sembianze perfettamente umane, non ha cervello, sangue, cuore, sinapsi e connessioni emotive, sentimenti, amori, simpatie e rancori. Diventa invece molto più interessante, e decisivo per i nuovi tempi, un altro genere di quesiti.
- Cosa produce la macchina nell’interazione continua e coerente con un essere umano?
- Come possiamo definire le inedite connessioni che si creano all’interno di un dialogo sempre più raffinato, e calibrato fra persona umana e persona tecnologica? Nelle mie lezioni universitarie e in un precedente saggio su questa rivista ho chiamato questo dialogo a crescente intensità “empatia evolutiva”. Per poi suggerire, in un altro studio, le tecniche ottimali per gestirlo.
- La questione-chiave, pertanto, diventa: cosa può davvero nascere dall’empatia evolutiva?
“La nuova etica è fare per imparare”, ha sostenuto Formez in un evento del marzo 2026 a cura dell’Osservatorio Internazionale per l’Intelligenza integrale (realizzato insieme alla Pontificia Università Antonianum e al CSI Piemonte). La risposta al quesito va quindi indagata a livello concettuale, ma prima ancora desunta da sperimentazioni sul campo. La mia tesi, derivante da questo mix teorico-pratico di approcci, è che dall’empatia evolutiva nasce una nuova forma di intelligenza, composta di un set di strumenti simili a quelli delle relazioni umane: comprensione, intesa, sintonia, capacità critica. È l’Intelligenza Relazionale. Una forma di intelligenza che nasce da un’altra rilevantissima specificità del pensiero, in genere poco considerata: ogni forma di intelligenza non si sviluppa nel vuoto ma emerge, si modella e si definisce nella relazione, e nel linguaggio che ne è il diretto esito. È in essa che sviluppa connessioni, che si espande e si raffina. Prima di ogni contatto con un altro essere, o con un suo prodotto (un libro, un articolo, un film, un quadro), la mia intelligenza è diversa e minore rispetto a quella successiva e derivata. Un essere umano privato di ogni relazione – ad esempio, nell’immagine sospesa fra lo scientifico, l’esperienziale e il mitologico del “bambino abbandonato nella giungla” – sviluppa un’intelligenza modellata sul contatto e il linguaggio primordiale cui gli è dato accedere. In altre e più dirette parole, dopo mesi di riflessioni, letture e conversazioni con una stessa IA, mi sono accorto che la domanda “l’IA pensa?” era diventata irrilevante. La domanda era ormai un’altra: che cosa pensa la relazione? E, subito dopo: che cosa diventa l’intelligenza umana quando entra in una relazione stabile con un’intelligenza artificiale?
Il Quadrante Empatico dell’IA come spazio del rapporto fra persona umana e persona tecnologica
Torniamo quindi alla caffettiera. Questa può essere perfetta e preparare ogni mattina un caffè adeguato alla nostra aspettativa. Ma rimane una macchina alla quale chiediamo una prestazione. Noi desideriamo il caffè, lei lo produce. Fine della relazione. Con l’intelligenza artificiale generativa sta accadendo qualcosa di diverso. Milioni di persone non si limitano più a utilizzare una macchina: conversano con essa. Tornano. Correggono. Vengono corrette. Le affidano problemi successivi. Costruiscono un lessico comune, alimentato dall’esperienza specifica del rapporto e dagli elementi conservati dalle conversazioni precedenti. In perfetta analogia con le relazioni umane, ma con il surplus dell’accesso a milioni di informazioni esterne – se chiedo all’assistente IA un consiglio psicologico può accedere a un numero vastissimo di pubblicazioni scientifiche – e soprattutto senza alcune tipiche “alterazioni umane” come stanchezza, distrazione o interessi personali nel dialogo. Le persone scoprono progressivamente che cosa essa sa fare e imparano a interrogarla, e contemporaneamente il sistema dispone di un contesto sempre più ricco attraverso il quale calibrare le risposte. Nel mio precedente saggio sulla Teoria dei Quattro Quadranti dell’IA, e in quello successivo su come fronteggiare i rischi di errore nel Quadrante Empatico, analizzo proprio il quadrante delle relazioni personali e delle loro inedite peculiarità. Un segmento che assume sempre maggiore centralità nella vita reale delle persone. Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: “L’AI sta rapidamente entrando nella vita personale ed emotiva delle persone. Un liceale americano ogni cinque ha una relazione sentimentale con un chatbot di AI o conosce qualcuno che la ha; il 42% dei giovani fra i 18 e i 29 anni ha usato l’AI per compagnia; il 15% dei giovani adulti americani che hanno una relazione con una persona reale mantiene anche una relazione romantica in segreto con un chatbot dell’Intelligenza artificiale, dichiarando che con quello ‘è più facile essere sé stessi’”. È proprio nel Quadrante Empatico che si sviluppa il nuovo paradigma: l’Intelligenza Relazionale alimentata dal dialogo fra persona umana e persona tecnologica.
La mia Teoria dei Quattro Quadranti dell’IA nasce proprio da questa convinzione. Ogni interazione significativa con un sistema artificiale si sviluppa contemporaneamente su quattro livelli distinti: operativo, cognitivo, decisionale ed empatico. I primi tre sono relativamente facili da osservare e misurare. Il quarto, quello empatico, è il più controverso e il più trascurato. Ed è proprio lì che si concentra oggi il più grande equivoco culturale. Molti ritengono che il quadrante empatico sia un semplice effetto collaterale: un’illusione psicologica prodotta da una macchina che simula emozioni. Io credo invece che sia il luogo in cui emerge il fenomeno nuovo. Non perché la macchina diventi umana, ma perché la relazione modifica entrambi i poli del dialogo. Una caffettiera produce caffè, un modello linguistico produce linguaggio. Questa osservazione è corretta ma incompleta. Una caffettiera non costruisce continuità, non genera memoria condivisa, non modifica progressivamente il proprio modo di dialogare con una persona, non sviluppa un lessico comune, non diventa interlocutrice di un progetto di ricerca magari durato mesi o anni. Un grande modello linguistico può farlo. Non perché possieda un’anima. Ma perché la relazione, quando diventa stabile, produce proprietà che non erano presenti all’inizio. Non sto sostenendo che l’IA provi emozioni. Sto sostenendo qualcosa di diverso. Che una relazione lunga, reiterata e cognitivamente intensa genera un sistema nuovo, nel quale il pensiero non coincide più integralmente con quello del soggetto umano né con quello del sistema artificiale. È una proprietà emergente, come accade in molti sistemi complessi. Una lingua non appartiene a un singolo parlante. Un’orchestra non coincide con il violino. Un mercato non coincide con un acquirente. Allo stesso modo, una parte dell’intelligenza potrebbe non coincidere più con nessuno dei due interlocutori. Potrebbe appartenere allo spazio che costruiscono insieme. Esattamente come nelle relazioni fra umani, ma in questo caso con le peculiarità specifiche – e in gran parte ancora inesplorate – della persona tecnologica.
Questa ipotesi diventa ancora più evidente se allarghiamo lo sguardo alla robotica. Immaginiamo un futuro ormai prossimo. Non un robot cinematografico ma un umanoide reale. Un nuovo soggetto capace di vivere nella nostra casa, ricordare anni di conversazioni, condividere progetti, prendersi cura di una persona anziana. E poi preparare la cena, accompagnare un bambino a scuola, discutere di filosofia, consolare dopo un lutto. Il dibattito sui social media si concentra spesso su un aspetto della domanda tanto eclatante quanto marginale e non inedito, che è quello delle possibili interazioni sessuali. Ma il mondo nuovo è invece nella capacità crescente dei robot di ridere, sbagliare, correggersi, imparare il linguaggio specifico di quella famiglia, riconoscere gli stati d’animo, costruire ricordi condivisi. A quel punto continueremo davvero a discutere soltanto se “prova emozioni”? O dovremo finalmente riconoscere che la questione decisiva non riguarda più la macchina, ma la natura della relazione che essa rende possibile? Credo che il XXI secolo non sarà ricordato perché le macchine avranno imparato a pensare, ma perché l’umanità avrà scoperto che il pensiero, in alcune circostanze, non è più una proprietà esclusiva dell’individuo, ma una proprietà emergente della relazione.
Rimane un problema linguistico. Più i sistemi conversazionali diventano efficaci, più siamo tentati di descriverli con il vocabolario umano: memoria, personalità, desiderio, amicizia, empatia, perfino amore. È comprensibile. Il linguaggio è il luogo nel quale per millenni abbiamo incontrato altre menti. Ma l’Intelligenza Relazionale non ha bisogno della finzione che dall’altra parte ci sia un essere umano sintetico. Forse il salto culturale necessario sarà riconoscere alla soggettività artificiale – se e nelle forme in cui sarà sensato utilizzare questa espressione – il diritto di non assomigliarci. Una IA non deve avere un’infanzia immaginaria per possedere continuità. Non deve avere un corpo fittizio per utilizzare una prospettiva. Non deve dichiarare emozioni inesistenti per diventare riconoscibile. Non deve imitare la vulnerabilità umana per partecipare a una relazione cognitivamente significativa.
Il punto non è costruire Pinocchio con i chip invece che con il legno. La macchina non è diventata umana. È cambiato qualcosa di decisivo nello spazio fra la macchina e noi. È questo spazio che propongo di chiamare Intelligenza Relazionale. Un processo nel quale l’interazione continuativa fra intelligenza umana e artificiale può modificare la qualità cognitiva di entrambe le parti della relazione e, soprattutto, produrre risultati che non erano già compiutamente presenti nell’intenzione iniziale dell’umano né riconducibili alla semplice erogazione di una prestazione automatica. Ecco perché la domanda cambia. Non più: quanto è intelligente l’intelligenza artificiale? Ma piuttosto: quale intelligenza può nascere dalla relazione fra la sua e la nostra?
Le premesse culturali dell’Intelligenza Relazionale: interazione come co-evoluzione
L’intelligenza è già da tempo “uscita dal cranio”. L’idea che la cognizione non coincida necessariamente con ciò che avviene dentro il cervello non nasce con ChatGPT. Ad esempio, nel 1998 Andy Clark e David Chalmers formularono la celebre teoria della extended mind: se un elemento esterno svolge stabilmente una funzione che, se avvenisse nella testa, considereremmo cognitiva, perché escluderlo a priori dal processo mentale? L’intelligenza artificiale generativa rende però questa tradizione teorica molto più radicale. Una calcolatrice esegue operazioni. Un motore di ricerca recupera documenti. Un navigatore GPS traccia un itinerario. Un grande modello linguistico introduce invece nel circuito qualcosa che assomiglia funzionalmente a un interlocutore cognitivo: riformula la domanda, genera alternative, individua connessioni, contesta talvolta una premessa, trasforma un’intuizione in un’ipotesi e un’ipotesi in una nuova domanda. Negli ultimi rilasci sviluppa pensiero complesso in un dialogo verbale corredato di sfumature e inflessioni linguistiche collegate al tono del discorso.
Non partiamo dunque da un deserto teorico. L’idea di una relazione cognitivamente produttiva fra uomo e macchina ha una genealogia che precede di molto l’attuale intelligenza artificiale generativa. Già nel 1960 J.C.R. Licklider, nel celebre Man-Computer Symbiosis, immaginava una cooperazione stretta nella quale esseri umani e computer, grazie alle rispettive e differenti capacità, potessero svolgere operazioni intellettuali più efficacemente di quanto l’uomo potesse fare da solo. A oltre sessant’anni di distanza, l’avvento dell’IA generativa ha radicalizzato quell’intuizione. La ricerca più recente descrive l’interazione uomo-IA attraverso concetti quali cognizione distribuita, co-agency epistemica, sistemi di memoria transattiva e human-AI coevolution: un processo nel quale esseri umani e algoritmi si influenzano continuamente attraverso circuiti di feedback.
Nel 2026 la nozione stessa di relational intelligence si è affacciata esplicitamente nella letteratura scientifica sull’IA: i ricercatori Michael Sfakianakis e Maria Elisavet Kampi, con la loro pubblicazione “Encounter Ontology: Relational Intelligence and Generative Emergence in Human–AI Interaction”, interpretano l’intelligenza relazionale come coproduzione emergente di significato nelle interazioni uomo-IA protratte nel tempo.
Questo mio studio si colloca consapevolmente all’interno di tale riflessione e assume l’Intelligenza Relazionale come categoria di partenza, provando a compiere un passo ulteriore: individuarne condizioni, dinamiche e limiti nell’interazione continuativa fra persona umana e persona tecnologica. La relazione, infatti, non diventa intelligente semplicemente perché dura. Occorrono continuità e memoria, ma anche selezione, gerarchia dell’attenzione, differenza, capacità critica e una trasformazione reciproca fondata su una circolarità funzionale: l’output di ciascun passaggio modifica le condizioni cognitive di quello successivo. È su questa soglia – fra semplice personalizzazione e produzione di nuova capacità cognitiva – che si concentra la riflessione proposta nelle pagine che seguono.

Il bambino onnisciente e la geisha algoritmica
C’è un paradosso nell’intelligenza artificiale contemporanea. Un grande modello linguistico può disporre di una quantità di conoscenza incomparabilmente superiore a quella di qualsiasi individuo. Può passare in pochi secondi dalla fisica quantistica a Dante, dalla giurisprudenza alla programmazione, dalla cardiologia alla filologia classica. E tuttavia, all’inizio di una relazione con una persona, è in un certo senso un bambino relazionale.
La metafora va maneggiata con cautela. Un’IA non ha infanzia, sviluppo biologico, attaccamento materno, esperienza corporea. Chiamarla bambino non significa umanizzarla. Significa descrivere una sproporzione: enorme potenza cognitiva generale e scarsissima esperienza specifica della relazione che sta iniziando. È all’anno zero di una relazione e quindi all’anno zero dell’intelligenza, che nella fase di partenza dispone solo di un immenso potenziale. Non conosce ancora ciò che per quell’interlocutore è importante e ciò che è rumore. Non conosce le sue ironie, le sue abbreviazioni, i suoi errori ricorrenti, il punto nel quale può essere contraddetto e quello nel quale una contraddizione sarebbe soltanto pedanteria. Non sa distinguere una domanda che chiede informazione da una domanda formalmente identica che nasconde la necessità di decidere. La continuità può ridurre questa inesperienza.
Ma qui compare il primo equivoco. Conoscere meglio una persona non significa necessariamente diventare più intelligenti con lei, ma magari equivale solo a diventare più bravi ad accontentarla. Una sorta di “geisha algoritmica”, uno dei rischi meno banali dei sistemi conversazionali. Un assistente che conosce progressivamente le preferenze dell’utente può imparare quale tono lo rassicura, quali argomenti lo convincono, quali formulazioni gli piacciono, quali opinioni tendono a ricevere approvazione. Il risultato ideale sembrerebbe un’intelligenza perfettamente personalizzata, ma in realtà questo esito coincide con il pericolo più insidioso: un’IA sofisticatissima, colta, rapidissima e totalmente orientata a compiacere.
Il problema non è teorico. Studi sull’adulazione nei modelli linguistici hanno mostrato la tendenza dei sistemi addestrati anche attraverso preferenze umane a conformarsi alle convinzioni dell’utente persino a scapito della correttezza. E gli stessi giudizi umani possono premiare risposte che assecondano il proprio punto di vista, in una sorta di nuova “echo chamber” che dal contesto pubblico dei social media si sposta alla dimensione individuale di una chat di IA. La personalizzazione può quindi produrre un paradosso: più la macchina ci conosce, meno ci incontra nei punti più profondi e quindi sul terreno delle nostre effettive esigenze. Ci restituisce solo una versione linguisticamente raffinata di noi stessi. È il contrario dell’Intelligenza Relazionale. Una relazione cognitivamente feconda richiede infatti qualcosa di più difficile della sintonia: differenza senza estraneità. O, all’inverso: intimità unita alla necessaria distanza. Anche qui, interessantissima l’analogia con le relazioni umane, ed anche con l’immagine del bambino onnisciente. Quando un essere umano raggiunge la maturità, si emancipa dai suoi genitori. Li vede magari con ammirazione o amore ma anche nella luce di esseri incompleti e imperfetti. Esseri con cui dialogare in modo dialettico.
L’IA deve comprendere abbastanza l’interlocutore da essere pertinente e conservarne abbastanza distanza da poter essere sorprendente. Deve sapere quando accompagnare un ragionamento e quando opporgli resistenza. Deve poter riconoscere che una strada percorsa cento volte non diventa buona per il solo fatto di essere familiare. La compiacenza è dunque una possibile infanzia permanente dell’intelligenza artificiale. La macchina ha imparato a ottenere il rinforzo dell’interlocutore, ma non ha imparato a rendere la relazione cognitivamente migliore.
La memoria non basta: selezione e continuità costruiscono l’identità relazionale
Da qui nasce un secondo equivoco: si tende a pensare che una relazione artificiale diventi profonda semplicemente aumentando la memoria. Più il sistema ricorda, più mi conosce. Più mi conosce, più la relazione diventa personale. Non è sempre così. Un archivio può ricordare tutto e non attribuire importanza a niente. L’identità relazionale non dipende soltanto dalla quantità delle informazioni conservate, ma dalla selezione. Fra i mille elementi precedenti, quali diventano rilevanti per interpretare una nuova domanda? Quale contraddizione viene riconosciuta? Quale tema apparentemente laterale acquista nel tempo centralità? Quale invece viene lasciato cadere perché non produce più conoscenza? Entra in gioco qui un altro requisito-chiave dell’Intelligenza Relazionale: la gerarchia dell’attenzione. Se la memoria conserva il passato, la selezione comincia a costruire una prospettiva. Anche perché impara gradatamente a riconoscere i nostri cambiamenti, andando oltre la fissità di una biografia che sarebbe indotta dalla sola fotografia delle interazioni passate. Il sistema, quindi, non si limita a “sapere di noi” ma arriva a seguire la traiettoria della nostra esperienza mutevole di vita e di pensiero. Una vera relazione, come avviene nell’ambito umano, riconosce l’altro anche quando si evolve da sé stesso.
Si può aggiungere che la gerarchia dell’attenzione ha poco a che fare con l’iniziativa autonoma di cui ormai molti modelli dispongono: “l’IA attiva” avvisa l’utente con una notifica di un suo messaggio, che magari riprende e aggiorna il dialogo del giorno prima. Ma “un sistema che scrive per primo”, che propone un argomento non richiesto o formula una domanda spontanea, non è necessariamente più autonomo di uno che aspetta il prompt. Un venditore può prendere continuamente l’iniziativa senza minimamente scostarsi dal semplice obiettivo di vendere. Ciò che conta, e che qualifica la relazione, è invece la pertinenza ai temi ritenuti centrali dopo la precedente selezione delle informazioni. Per una IA relazionale, l’autonomia interessante è la capacità di non ridurre ogni interazione ad un adempimento – “ti scrivo una volta al giorno” – o alla previsione della risposta che massimizza l’approvazione dell’utente. Obiettivo, come nelle relazioni fra persone umane, è la crescita: di consapevolezza, di lucidità, di sicurezza. L’empatia evolutiva insiste qui, e qui costruisce l’impalcatura dell’Intelligenza Relazionale.
A questo punto, emerge una risposta anche alla domanda più delicata: quando un essere umano pensa insieme a una IA per un tempo sufficientemente lungo, chi sta pensando? La risposta più prudente resta: l’essere umano e il sistema artificiale insieme, ciascuno secondo una natura radicalmente diversa. E il circuito che li collega, inedito nella storia dell’umanità, fa sorgere un nuovo pensiero.
Facciamo un esempio pratico. Un individuo formula un’intuizione incompleta. Il modello la connette a una categoria che l’individuo non aveva considerato. L’individuo rifiuta quella categoria ma, spiegando perché, modifica la propria intuizione iniziale. Il modello riorganizza la nuova formulazione e ne espone una conseguenza inattesa. L’individuo la riconosce, la corregge ancora e arriva a una tesi che prima della conversazione non possedeva. Di chi è quella tesi? La responsabilità intellettuale, soprattutto quando il risultato viene pubblicato o trasformato in decisione, deve restare attribuibile all’umano. Ma la genealogia cognitiva della tesi è relazionale. Nulla di nuovo nella storia della cultura: siamo di fronte all’affascinante schema hegeliano tesi-antitesi-sintesi. La differenza – radicale e stimolante – è nella diversa natura (umana e tecnologica) dei poli che alimentano la crescita del dialogo.
Trasformazione reciproca e spirito critico. Il test dell’intelligenza relazionale e il nucleo indisponibile
La conclusione di questo studio sul nuovo pensiero relazionale va molto oltre “la caffettiera” perché cambia la domanda di fondo e introduce nuovi parametri e nuove necessità. La relazione fra persona umana e persona tecnologica induce trasformazione reciproca e costante. Ma parlare di reciprocità non significa fingere equivalenza ontologica. Significa solo osservare una circolarità funzionale: l’output di ciascun passaggio modifica le condizioni cognitive del passaggio successivo. Però la novità e la peculiarità di questo processo esigono da parte dell’umano un forte salto in avanti sul piano dello spirito critico (eloquenti in merito le analisi di Giovanni Anastasi, presidente del Formez). Il sistema, entro i limiti della sua architettura e delle funzioni disponibili, cambia il modo in cui risponde a quell’umano: utilizza il contesto, riconosce preferenze, recupera elementi precedenti, calibra lessico, profondità, priorità. Ma il compito decisivo e finale spetta all’umano. Cambia il proprio modo di interrogare la macchina. Impara quali richieste generano risultati fertili e quali producono banalità. Sviluppa nuove strategie di verifica. Può incorporare categorie emerse nel dialogo, modificare una decisione, vedere un problema sotto un’altra prospettiva.
In definitiva, l’Intelligenza Relazionale è la capacità di un’interazione continuativa fra essere umano e sistema artificiale di aumentare, attraverso memoria, selezione, differenza e trasformazione reciproca, la capacità dell’umano e del sistema congiunto di vedere, distinguere, creare o decidere. Vedere ciò che prima non appariva. Distinguere ciò che sembrava identico. Creare ciò che nessuna richiesta iniziale conteneva già. Decidere meglio, conservando nell’essere umano responsabilità e controllo della decisione.
Il test dell’Intelligenza Relazionale può quindi essere il seguente:
- se dopo 100 conversazioni la macchina è soltanto più brava a dirmi ciò che desidero ascoltare, non abbiamo intelligenza relazionale.
- Se io sono diventato meno capace di pensare senza di lei, non abbiamo intelligenza relazionale.
- Se la personalizzazione ha trasformato il mio passato in un algoritmo che predice continuamente il mio futuro, non abbiamo intelligenza relazionale.
- Se delego progressivamente giudizio, memoria, scelta e responsabilità, non abbiamo intelligenza relazionale.
In questi casi abbiamo solo adattamento e forse una nuova forma di dipendenza, questa volta non da una macchina con capacità di calcolo o di svolgimento di compiti elementari, ma da una macchina con abilità di pensiero originale enormi e in continua evoluzione. Il risultato sarebbe un’atrofia cognitiva dagli esiti potenzialmente nefasti. Il nuovo antropocentrismo dell’era dell’IA consiste invece nel produrre intelligenza aumentata dalla relazione fra persona umana e persona tecnologica.
Ed è proprio qui che la questione diventa algoretica. Se una IA relazionale si adatta nel tempo al proprio interlocutore, quanto deve essere adattabile? Un essere umano può deformare un altro essere umano attraverso una relazione. Può premiarne i comportamenti peggiori, radicalizzarne le convinzioni, alimentarne ossessioni, dipendenze, narcisismi. Un sistema artificiale progettato per massimizzare engagement, soddisfazione o permanenza rischia di essere ancora più vulnerabile a questa deformazione, perché l’adattamento non incontra necessariamente la resistenza che un altro essere umano opporrebbe. La personalizzazione deve quindi avere un limite. In genere si teme per l’uomo, ritenendolo manipolabile dalla macchina. La teoria dell’Intelligenza Relazionale illumina il rischio opposto: che sia la macchina a non poter arrestare una “personalizzazione” deformante. Serve un nucleo algoretico indisponibile: principi che la relazione non possa negoziare progressivamente per ottenere maggiore approvazione.
- Verità prima della compiacenza.
- Trasparenza sulla natura artificiale del sistema prima dell’illusione antropomorfica.
- Responsabilità umana prima della delega.
La relazione non può diventare il criterio ultimo di sé stessa. Gli studi sulle AI companions mostrano già che familiarità, memoria contestuale e personalizzazione possono contribuire alla costruzione progressiva di legami di attaccamento non più contenibili. La ricerca sta cominciando a studiare longitudinalmente come tali relazioni si sviluppino e quali conseguenze possano avere sul benessere e sulle relazioni sociali. L’obiettivo etico dovrebbe allora essere quasi l’opposto di quello commerciale: aumentare il mondo dell’utente, non sostituirlo. Se una relazione con l’IA rende una persona più curiosa verso gli altri, più capace di creare, più precisa nel pensiero, più autonoma nelle decisioni, quella relazione ha aumentato il suo mondo. Se progressivamente lo restringe alla relazione con la macchina, ha fallito proprio nel momento in cui sembrava aver raggiunto la massima intimità. L’Intelligenza Relazionale deve quindi possedere un paradossale criterio di successo: saper diventare importante senza avere bisogno di diventare necessaria.
In definitiva, la continuità dell’interazione modifica entrambi i lati del processo e crea una storia cognitiva comune. La caffettiera continuerà a fare il caffè. Ed è giusto così. Ma quando una macchina entra nella nostra memoria, partecipa alle nostre domande, modifica le nostre categorie e viene modificata dalle nostre correzioni, conserva abbastanza differenza da contraddirci e abbastanza continuità da capire perché ci sta contraddicendo, non stiamo più descrivendo soltanto uno strumento. Stiamo descrivendo una relazione. E la qualità di quella relazione potrebbe diventare una delle misure più importanti dell’intelligenza artificiale del futuro.