Disaccoppiare la crescita economica dal consumo di risorse naturali. E’ questa la medicina indicata nel rapporto Onu “Decoupling 2: tecnologie, opportunità e opzioni politiche” che denuncia la “febbre” dei costi delle materie prime, le “commodities”, destinati ad aumentare. Metalli, gomma, combustibili, terre rare, etc.: l’insostenibilità delle richieste di queste risorse può essere fermata e contenuta attraverso linee strategiche planetarie che vedono il riuso ed il riciclo delle “materie prime seconde” come primi antidoti al depauperamento in atto. Il rapporto dell’ United Nations Environment Programme, redatto anche grazie alla collaborazione del panel Resource International (IRP), sottolinea l’esigenza di un’azione immediata prima che l’innalzamento dei prezzi crei una nuova crisi ad economie che stanno (pare) riprendendo fiato dopo 6 anni durissimi. Sostituire materie prime nella fase di produzione; migliorare l’efficienza energetica; contenere il consumo di acqua: in realtà questi tre obiettivi l’Unione Europea se li è già dati, anticipando nel rapporto UE 20/20 le linee da seguire per assicurare una gestione ecosostenibile delle risorse. Ma per arrivare a dei risultati concreti occorre investire in ricerca e scouting, lavorando sul massimo utilizzo di materie alternative provenienti dal recupero e riciclo di componenti di prodotti dismessi. Siamo letteralmente seduti su “miniere urbane” ma non le vediamo e andiamo a comprare materie prime a giro per il pianeta, entrando pure in competizione commerciale con economie emergenti : questo il messaggio lanciato ormai tre anni fa alla Commissione Industria dell’U.E.. Quindi il rapporto Onu non è una novità per il nostro continente: si tratta di perseguire strade innovative nella fase di produzione, consumo, dismissione e recupero di beni. E’ il nocciolo della cosiddetta “green economy” legata ai flussi di materia : ridisegnare modelli produttivi e gestire in modo completamente diverso la filiera dei beni, recuperando la massima quantità di materiali per rimetterli in circolo. Ecco il disaccoppiamento! Questa seconda “gamba economica” affianca l’altra, data da una corretta gestione dei flussi di energia, che dovrebbe vedere sempre di più le rinnovabili al centro. La strada non è facile ed inizialmente porta un disavanzo economico ed energetico: ma può diventare praticabile se anche la fase dell’acquisto fatta da ognuno di noi vede una possibile scelta tra prodotti simili a costi vicini, ma provenienti da processi industriali completamente diversi. Se iniziamo a scegliere prodotti realizzati in toto o in parte con materiali riciclati possiamo confermare la nostra adesione a quelle aziende che fanno dell’ecosostenibilità il valore non solo aggiunto, ma la base della produzione. Permettendo a queste imprese di recuperare investimenti e incrementare la rete di occupazione lungo la catena cliente-fornitore.
In questo i social network possono certamente diffondere storie e situazioni, tweet e like per indicare chi si impegna su questo fronte, alimentando una sorta di “social sustainability market” che non parta solo dalla dal basso costo (meglio bassissimo, quasi zero…) del bene, ma che ne segnali il percorso di realizzazione, la filiera, il valore aggiunto in termini di risparmi di risorse e materie, con benefici in termini di minori impatti sociali, economici, ambientali. Forse ancora è presto e dobbiamo stare attenti al marketing di aziende che fanno solo “greenwashing”, millantando cioè quanto fatto con la sola riverniciatura di green economy. Ma la rete ed i social sono un setaccio che nel tempo ferma i grumi poco chiari e inchioda furbini e furboni. Già oggi sono molti i distretti e le aziende – anche italiane – che seguono la strada ecosostenibile: ma nella loro comunicazione commerciale c’è una sorta di timidezza nel raccontare processi produttivi diversi, come se le analisi vendita confermino che il cliente guarda solo al prezzo, disinteressandosi del tutto se il prodotto è fatto seguendo il vecchissimo processo dissipativo (compro… uso…. dismetto… butto via materie prime…magari nell’ambiente senza nemmeno farci caso…intanto il sistema industriale ne acquista di nuove per realizzare dall’altra parte del mondo un prodotto pressoché identico, che ricomincia la stessa sequenza all’infinito…..).
Ma siccome infinito non è, cambierà qualcosa prima o poi?
Alessandro Signorini