Con la nuova Direttiva del Ministro Paolo Zangrillo la formazione non è più un adempimento formale, ma una leva strategica. Non un obbligo burocratico, bensì una scelta politica e organizzativa perché mette al centro persone e competenze per produrre valore pubblico. È un cambio di prospettiva forte. Per anni la formazione nella PA è stata spesso episodica, frammentata, talvolta percepita come accessoria. Oggi diventa strutturale: almeno 40 ore annue pro-capite e un collegamento diretto con la performance dirigenziale. Promuovere la formazione diventa uno specifico obiettivo di performance. Non solo: è considerata indispensabile per il raggiungimento dei target del PNRR e per il rafforzamento della capacità amministrativa. In altre parole, senza le persone dotate di competenze non ci può essere cambiamento né riforme.
Competenze e valore pubblico
Parlare di valore pubblico può sembrare astratto. In realtà significa cose molto concrete: ridurre i tempi di risposta ai cittadini, scrivere bandi più chiari, gestire meglio i progetti finanziati, offrire servizi digitali più semplici e accessibili. Un funzionario formato sulle competenze digitali può semplificare un procedimento. Un dirigente preparato sulla leadership può migliorare il clima organizzativo e l’efficienza dell’ufficio. Un’amministrazione che investe nel project management può rispettare tempi e obiettivi del PNRR.
Migliorare competenze tecniche, manageriali, digitali e trasversali significa offrire servizi più efficienti, inclusivi e trasparenti a cittadini e imprese.
La trasformazione digitale è prima di tutto culturale
La Direttiva mette in evidenza un punto cruciale: la transizione digitale non si realizza con le piattaforme, ma con il sapere e le competenze. Strumenti come il portale Syllabus del Dipartimento della Funzione pubblica e l’offerta formativa della Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) e del Formez PA rappresentano infrastrutture dell’apprendimento pubblico. Ma senza una cultura diffusa del digitale, interoperabilità, dati e servizi online rischiano di restare potenzialità inespresse.
Investire su competenze digitali e intelligenza artificiale significa costruire una PA capace di dialogare con cittadini nativi digitali e imprese innovative, riducendo il divario tecnologico interno ed esterno. La vera sfida non è tecnologica, ma organizzativa e culturale. E parte in primis dalle persone.
Motivazione e senso di appartenenza
La formazione non può essere percepita come imposizione. Per poter essere efficace, deve essere collegata a percorsi di crescita, mobilità e crescita professionale. Quando le persone comprendono il senso del proprio ruolo e vedono riconosciuto il proprio impegno, aumenta l’engagement e migliora il clima organizzativo. La formazione diventa così anche uno strumento di motivazione e di rafforzamento del senso di appartenenza.
Per i giovani, questo passaggio diventa decisivo. Una PA che investe in soft skill, competenze trasversali e apprendimento continuo diventa un ambiente dinamico, che sviluppa senso di responsabilità e opportunità di sviluppo. In un mercato del lavoro competitivo, la qualità dell’esperienza professionale è un fattore attrattivo fondamentale.
Dalle ore erogate ai risultati misurabili
La sfida ora è misurare l’impatto. Non basta contare le ore di formazione: occorre verificare il miglioramento delle performance organizzative, la qualità dei servizi e la soddisfazione degli utenti. È proprio su questo passaggio, dalla quantità alla valutazione dei risultati, che si è concentrata la riflessione istituzionale delle ultime settimane.
Lo scorso 27 febbraio, a Roma, il Dipartimento della Funzione Pubblica ha presentato il nuovo Rapporto sulla formazione nella Pubblica Amministrazione, edito da Treccani: un’occasione per fare il punto sullo stato delle competenze e sulla capacità del sistema di generare valore pubblico attraverso percorsi strutturati e misurabili. I dati segnano un cambio di passo. Nel 2024 il 75,9% dei dipendenti pubblici ha partecipato ad almeno un corso; la spesa formativa pro-capite è salita da 68 a 92 euro in due anni; le ore annue per dipendente sono passate da una media di 6 a circa 40. Cresce anche la programmazione: oggi il 56% degli enti adotta un piano formativo strutturale, contro il 19% del 2022.
Si consolida così un ecosistema più maturo, in cui la formazione continua diventa leva di modernizzazione amministrativa. È strategica quando è collegata a obiettivi chiari e risultati verificabili: solo allora si trasforma da costo a investimento capace di produrre valore pubblico nel tempo.
Una scelta culturale prima che amministrativa
Mettere la formazione al centro significa affermare una visione: la Pubblica Amministrazione non è un sistema statico, ma una comunità professionale in evoluzione. Se crescono le competenze, cresce la qualità delle decisioni. Se cresce la qualità delle decisioni, migliora la fiducia dei cittadini.
È in questa relazione tra persone, responsabilità e fiducia che si costruisce il valore pubblico. E la formazione, oggi, è senz’altro una tra le condizioni abilitanti.