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Google e le identità liberate

C’è un media che non è come gli altri media, perché gestisce tra le sue altre rubriche, la nostra stessa identità, senza alcun nostro controllo: Google. Il “Super Stato della Rete”, la nuova superpotenza della geopolitica virtuale accetta in questi giorni un compromesso sui termini della privacy e del “diritto all’oblìo”, venendo per la prima volta davvero a patti con l’Europa. E’ stata in questi giorni la prima notizia sui grandi quotidiani online del mattino: Google accetta di cancellare i dati privati dei cittadini che ne faranno richiesta. Il Corriere della Sera pubblica in homepage l’apposito modulo, e giustamente.  Il problema è serio: in quel vortice che tutto risucchia – da cui l’onomatopeico Google – finiscono tutti gli aspetti che la rete oggi non regolamenta: contenuti pubblici e privati, notizie personali, dati sensibili, immagini riservate, proprietà intellettuali, progetti vincolati, creazioni artistiche e tanto, tanto diritto d’autore.  Nel punto di incontro tra assi di criticità quali libertà digitali e mediacidio – il quotidiano stillicidio di imprese editoriali che ha portato nell’ultimo anno alla scomparsa di un milione di addetti al settore dell’informazione in Europa – si impone di affrontare una big issue come il potere di Google rispetto allo scardinamento della rete. Su questo argomento devono valere alcuni principi cardine: l’accessibilità condivisa e aperta delle informazioni ma anche il diritto al giusto compenso per l’impegno professionale, la salvaguardia del diritto d’autore per le opere di ingegno, di estro, di creatività e il riconoscimento della proprietà privata rispetto alle immagini, alla musica, ai testi, alla produzione di lavoro giornalistico. Jeff Jarvis, guru dei new media accreditato come media leader dai forum di Davos e autore del best seller What Would Google Do, sintetizza in inglese: one more leader, one more law. C’è un nuovo leader, nel nuovo mondo, occorrono nuove regole. Google non è solo una azienda, è un nuovo modo di pensare. E’ la chiave d’accesso ad un mondo che è già cambiato. Il post-Google è molto diverso dall’ante-Google. Un mondo in cui il controllo delle informazioni, l’orientamento dell’opinione pubblica, la gestione dei dati sono il nuovo oro, il nuovo petrolio, fonti indispensabili per la risorsa-potere. Le aziende, il marketing, i policy-maker amano i dati forse più di quanto li ami Google stessa, e sanno che è sotto la sua luce che li troveranno. E mentre nuove concentrazioni economiche nascono intorno alla conquista dei dati e surfano sulle onde del gigante di Mountain View, la vision dell’editoria italiana ed europea sta in campo corto: una tassa qua e una sanzione là, provando a modulare sull’inedito del web 3.0 l’archetipo format delle vecchie dogane.     Il mondo editoriale europeo tarda a fare i conti con la criticità del nuovo secolo. I sindacati dei giornalisti italiani – sia detto con rispetto: presieduti nella maggior parte dei casi da habitué della macchina da scrivere, più che da geek del pc  – si confrontano tardi e male con i tornanti della rete. In Francia la levata di scudi richiesta dagli editori al governo si è tradotta in una legge impugnata dal gigante dei motori di ricerca, e di difficile applicazione se isolata dal contesto europeo. Già: perché in Europa c’è una legge sullo standard dei bidet, sulla qualità del grano e sulla quantità del latte. Ma non c’è una sola regola europea su Google. E’ quanto chiede a gran voce la Germania, rappresentata da Mathias Doepfner, ceo del colosso editoriale Axel Springer. In una lettera aperta agli editori e al pubblico mondiale ha gridato con rabbia: “Google ha troppo potere, c’è da aver paura, tutti noi dei media liberi, sia online sia cartacei”. Al Guardian dice: “Google sta costruendo un superstato”.    Forse la paura, quella vera, si deve avere del vuoto. E’ l’assenza assoluta di qualsiasi regola a creare squilibri e scompensi, e questa non è attribuibile ad altri se non alla mancanza di iniziativa europea. E’ urgente che nasca dall’Europa una iniziativa sui media. L’alt imposto sulla collection delle nostre identità personali sine die è un primo fondamentale passo nella direzione giusta.

 

Aldo Torchiaro (@aldotorchiaro)

Giornalista e comunicatore

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