“Educare al tempo dei social network” è una rubrica che intende dimostrare come i social network, nonostante le apparenze contrarie, possano essere un luogo educativo importante in termini di relazione e dello svolgimento della propria personalità. Sì, i social network possono essere un canale per fare comunità non solo virtuale ma anche reale, per crescere come professionisti della comunicazione ma anche come uomini e donne responsabili e onesti. Per spiegare il senso di questa rubrica, pubblico come primo articolo alcune parti del confronto che ho sostenuto con l’amico giornalista e scrittore Daniele Pasquini proprio su questo tema: un dialogo a due voci, per aprire una riflessione sulla rivoluzione in corso.
Riccardo Clementi
Il tema è di grande attualità, non affrontarlo significherebbe mettere la testa sotto la sabbia. Farlo con superficialità, però, sarebbe ancora peggio. È un argomento delicato perché inciderà in modo determinante sul futuro dell’umanità: basti pensare che molti esperti del settore e anche della sociologia affermano che le nuove tecnologie cambieranno l’antropologia. La vita reale della persona è una sola e lo è nell’unità di tutte le dimensioni dell’esistenza: fisica, mentale, spirituale, relazionale, sociale. Laddove si verifichi una divisione all’interno della persona, perché una dimensione prevale sull’altra, vi è un danno per chi lo vive. Per esempio, se un uomo o una donna hanno una vita parallela digitale, e non vivono l’esistenza per così dire analogica, sicuramente non saranno in equilibrio. Ma non per colpa del digitale che è meno reale dell’analogico, bensì per scelte della persona che producono determinate conseguenze. Le cause di queste scelte ci introdurrebbero in un panorama molto vasto, ma in questa sede non sono di nostro interesse. Ciò che voglio sottolineare è che sono sempre le scelte delle persone a determinare degli scompensi, non i mezzi. Il digitale è a tutti gli effetti una “agorà” in cui le persone si incontrano, parlano, dialogano. Come nelle piazze dei nostri paesi, vi è chi discute in un certo modo e chi in un altro, chi affronta argomenti seri e chi si diverte a dire baggianate. Ma analogico e digitale sono egualmente piazze sociali in cui si espleta la personalità. Per questo non possiamo più far finta di niente e tacciare il digitale di “second life”. Non è così e lo dice uno che nel 2007 ha chiuso un blog perché riteneva che lo stesse un po’ astraendo dalla vita reale e che, per mille ragioni, il personaggio di quel blog stesse sostituendo la persona. Ma non era assolutamente colpa del digitale o dell’analogico, della vita on line o di quella nelle piazze. Il problema era l’utilizzo che ne facevo. Dopo alcuni anni e un percorso di maturazione, la stessa persona reputa che i social network, i blog e tutti gli strumenti digitali costituiscano un mezzo per stare in relazione con le persone, spesso anche con quelle più lontane o che in altri modi sarebbe difficili raggiungere. Ricercare un equilibrio tra analogico e digitale, dopo aver riconosciuto il valore di questi due piani della vita umana, è forse la sfida più importante, quella a cui tutti noi, in particolare gli operatori della comunicazione, siamo chiamati.
Daniele Pasquini
Credo tu sia arrivato già ad un punto quando affermi che “le nuove tecnologie cambieranno l’antropologia”. Non solo sono d’accordo, vado anche oltre, provando ad essere (anche provocatoriamente), più tranchant: negli ultimi anni ho affermato in più di un’occasione che la svolta antropologica sia in atto, anzi, sia in fase avanzata. Perché il cambiamento non è solo nei comportamenti, non è solo un fenomeno culturale. Credo che “l’uomo” sia cambiato radicalmente in questi anni a causa dell’affermarsi della rete: può sembrare una visione esagerata, ma sarebbe sconsiderato non rendersi conto che la totalità della persona umana (quella sociale come quella interiore) sono state coinvolte in questo processo. E dal momento che la psicologia muta, dal momento che cambia il modo di apprendere, di conoscere, di dialogare – oltre a presentarsi un’emergenza, che tu ben denoti, di trovare un equilibrio tra i due ambienti – si presenta a tutti gli effetti un’emergenza educativa. Se fino a poco tempo fa consideravamo ambienti educativi la scuola, la famiglia, la parrocchia, la società sportiva, dobbiamo realizzare che i social network sono qualcosa di più di un mezzo di comunicazione, che sono a loro volta ambiente educativo.
Se online scambiamo informazioni con altri utenti, manifestiamo opinioni, condividiamo ricordi, pensieri ed esperienze, se ogni volta che postiamo un contenuto – al pari della vita analogica – può nascere un dibattito, possono scaturire apprezzamenti o critiche, va da sé che questo processo (che in questi anni si è a torto considerato come passatempo o moda), volenti o nolenti, dobbiamo considerarlo come un imprescindibile momento di formazione dell’identità dell’individuo.
È chiaro che lo “strumento” può essere usato bene o male. Questo non significa che vada negato o addirittura non considerato. Quello che dobbiamo chiederci, come educatori, è: come usiamo i social network? Cosa facciamo in rete? Come passano il tempo connessi nostri ragazzi? E una volta condotta questa analisi, infine: siamo pronti ad intervenire in questa nuova sfera? Come possiamo intraprendere un approccio educativo?
Riccardo Clementi
Esatto, queste sono le domande che dobbiamo farci. Dare una risposta, articolata e non avventata, è urgente. È recente la notizia dell’ennesimo suicidio di una ragazza di 14 anni per bullismo, subito anche e soprattutto sui social. Ora la prima reazione delle persone è: questi social network sono proprio uno schifo! E ci allontaniamo da quel contesto. Il punto, però, non è se i social network sono belli o brutti. Il fatto è che ci sono e che, come dici tu, incidono nella formazione e nello svolgimento della personalità dell’uomo del nuovo millennio. Forse siamo davvero di fronte a una nuova era, dall’homo sapiens all’homo digitale o, come lo chiamava Sartori qualche anno riferendosi però più alla tv che al web, all’homo videns. È questo l’uomo con cui abbiamo a che fare e non possiamo fingere che non sia così. Rimanere fuori dal contesto dei social media significa rinunciare in partenza a dialogare con una parte di mondo e con un pezzo dell’uomo. Se fossimo in una sfida, sarebbe come lasciare metà campo all’avversario rinunciando ad occuparla e rintanandosi in un catenaccio. Non si vince così. Tornando all’episodio del suicidio, se i social fossero presidiati e frequentati in modo più strutturato da agenzie educative e Associazioni, mettendo a disposizione strumenti di dialogo e di sostegno, forse tanti ragazzi vittime di bullismo troverebbero proprio su quei mezzi un appiglio, una mano, un aiuto, una via per uscire dal buio. Certo, non tutto può esaurirsi sui social network ma oggi nessuna dimensione relazionale può essere completa senza di essi. (…) Oggi le folle, soprattutto giovani ma non solo, sono spesso sui social network. Perciò l’approccio educativo su queste piazze va studiato e applicato. (…) Insomma, il mondo digitale può anche non piacere ma come il mondo analogico esiste ed è affollatissimo. Certo, i social network per loro natura possono assecondare inclinazioni all’egocentrismo ma non possono essere scansati, anzi proprio per questo occorre aiutare chi vi si accosta a formarsi uno spirito critico che consenta di gestire in modo intelligente questi strumenti che, se usati bene, danno tante opportunità. I ragazzi vi trascorrono molto tempo, se è vero che possono imbattersi in “cattivi esempi”, è altrettanto vero che si può socializzare anche il bene, a patto che ciò che è un buon esempio in termini di rettitudine morale, di onestà ma anche di idea brillante e positiva decida di esserci.
Daniele Pasquini
Negli ultimi anni mi è capitato più di una volta di raccontare a giovani e non solo la mia visione sui social network e sulla Rete. A partire dai miei studi o dalla mia esperienza lavorativa. La cosa più incredibile (ma per certi versi del tutto naturale) è innanzitutto constatare come le nuove generazioni, quelle di “nativi digitali” (nati dopo l’affermazione di Internet), non abbiano affatto consapevolezza né della struttura né delle opportunità del mezzo con cui quotidianamente si confrontano. Per loro è normale esserci, punto. Ma è una presenza spesso acritica, che necessita di un intervento: non necessariamente di un controllo o di restrizioni, sono entrambi azioni che vanno contro la logica della rete. Quello che è necessario è aprire una riflessione (e non può che spettare alle agenzie educative, di ogni natura) per capire cosa significa abitare l’ambiente digitale, quali sono i rischi e quali le opportunità. (…)
Riccardo Clementi
Hai centrato il punto. Infine, a proposito di giornali, c’è un ultimo aspetto che riguarda la credibilità dell’informazione: è importante promuovere una riflessione su cosa significhi essere giornalisti oggi, in un tempo liquido in cui le informazioni circolano in tempo reale da un lato all’altro del globo, spesso senza possibilità di verificare la fonte e con una dose di sensazionalismo che mina alla base la credibilità di chi il comunicatore lo fa di mestiere. Il contesto in cui viviamo è davvero particolare: possibilità di conoscere praticamente tutto con un clic del mouse, eppure una maggiore difficoltà di verificare il grado di veridicità della fonte. Il web è il luogo in cui chiunque può assecondare le proprie convinzioni, andando a cercare le informazioni che più si attagliano alle proprie opinioni e attribuendo ad esse una sorta di convalida su cui nessuno può sindacare. Ma è anche il luogo in cui è possibile trovare informazioni dettagliate, approfondite, diverse da quelle che comunemente circolano sui tradizionali organi di informazione. Se si ha volontà di non rimanere in superficie, è sempre possibile arrivare alla fonte e verificarne l’affidabilità. Anche in questo caso, il web non è un bene o un male in sé ma una piazza di informazioni immensa, dai confini dilatati, che contiene tanti rischi ma altrettante e forse maggiori opportunità. È vero, sul web molti si improvvisano giornalisti, opinionisti, creatori di notizie e si lasciano andare a considerazioni avventate, ma la soluzione non è rincorrere né rassegnarsi a questa dinamica del sensazionalismo; è piuttosto agire su quelle leve positive del web per uscire dal caos della “bulimia informativa” e strutturare un approccio informativo ed educativo che faccia del web un luogo di incontro per raggiungere moltitudini di persone, passare messaggi importanti, incidere e diffondere una cultura nuova dell’informazione, un senso di responsabilità diffuso che ci aiuti a riscoprire il ruolo ed il significato del giornalismo come servizio pubblico. Per un’informazione che sia il più aderente possibile alla verità non c’è bisogno di urlare più degli altri, c’è bisogno solo di seminare e di andare più in profondità, in ogni tempo e su ogni mezzo. Con un gruppo di amici comunicatori abbiamo fondato l’associazione “Cittadini di Twitter” nella volontà di creare consapevolezza e un approccio professionale e responsabile al mezzo. La nostra è una goccia, ognuno per la sua parte deve mettere la propria. (…) Oggi con il lancio della testata cittadiniditwitter.it , il primo giornale on line interamente dedicato alla nuova comunicazione, facciamo un ulteriore passo avanti.
Daniele Pasquini
Concludo, Riccardo, con un’ultima provocazione e utilizzo una metafora cara a Giorgio La Pira, quella del “ponte”. Ponte come separazione delle divisioni, come unione, come collegamento. Un network non è altro che una moltiplicazione di collegamenti, di ponti: tra contenuti, tra persone. A ben pensarci anche tra tutti gli ambienti che gli uomini frequentano sono pochi quelli realmente condivisi in modo trans generazionale. Oltre alla “casa” come luogo di condivisione degli affetti, molti ambienti sono esclusivi dell’una o dell’altra generazione. La scuola è il luogo dei figli, l’ufficio o la fabbrica il luogo dei padri. L’ambiente digitale permette invece una coabitazione, consente a chi sta geograficamente o anagraficamente lontano di essere collegato, o connesso. Non è solo una riflessione teorica, è una missione importante che deve vederci impegnati fin da subito (…)