Da sempre professiamo l’utilità dei social, se utilizzati bene, in termini educativi e benefici. A volte, però, il giochino si inceppa e assume forme un po’ di grottesche che vedono l’utilità andare a braccetto con l’esagerazione. È il caso del tormentone dell’estate, partito dagli Stati Uniti: l’Ice Bucket Challenge, docce di acqua gelida per combattere la SLA con i protagonisti che si fanno un video mentre si “autodocciano” con una secchiata di acqua fredda e nominano altri ad emulare il gesto. I social, si sa, hanno il pregio di diffondere una notizia in ogni angolo del mondo e farne una moda: ben venga se questo serve per portare all’attenzione dell’opinione pubblica un problema reale, qual è quello della SLA, e incentivarne la ricerca. Se poi però la forma prende il sopravvento fino quasi a sostituire la sostanza, allora è il caso di fare una riflessione: l’ice bucket challenge, infatti, si è trasformato quasi di più in una passerella di vip e in un succedersi di pettegolezzi che hanno quasi fatto dimenticare il dichiarato obiettivo iniziale: raccogliere fondi per la lotta alla SLA. Alla doccia ghiacciata, infatti, dovrebbe seguire un bonifico all’ASL Association, cosa che tra l’altro non sempre succede, almeno in Italia a giudicare dal rapporto tra numero di secchiate, video diffusi sui social e fondi raccolti. Ma, al di là dell’entità dei fondi raccolti che comunque sono sempre utili, “è tragico – per utilizzare le parole del filosofo Massimo Cacciari – che per raccogliere fondi occorra fare i deficienti”. C’è da interrogarsi, cioè, dove stia il confine tra l’utilità e la stupidità. Senz’altro, si tratta di un crinale labile oltre il quale è facile scivolare, trasformando la beneficenza in uno spettacolo dove il contenitore spesso svilisce il contenuto. Insomma, senza necessariamente dover ricorrere alla citazione evangelica “quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta”, potremmo dire però che ci vuole buon senso per evitare che i social diventino il fine anziché il mezzo, una sorta di Frankestein con l’esasperazione della visibilità e di un voyeurismo mediatico che l’uomo non è più in grado di gestire. A volte, le conseguenze possono essere anche tragiche: è di ieri la notizia che un ragazzo di 18 anni, Cameron Lancaster, ha perso la vita in una cava allagata in Scozia orientale, dove avrebbe cercato di interpretare in versione estrema l’Ice Bucket Challeng, buttandosi da roccia alta nelle acque gelide senza però riuscire a risalire.
Sul caso specifico, c’è poi anche tutto il tema della destinazione delle donazioni: l’ASL Association, infatti, ha ovviamente un’attività di costi amministrativi, salari e stipendi, piani pensionistici, spese di viaggio ecc all’interno della quale solo il 28% dei fondi è destinato alla ricerca. Anche in questo caso, indipendentemente dal merito della questione, la sensazionalizzazione dell’iniziativa rischia di fare un grande rumore in superficie impedendo spesso di andare a verificare alla fonte la bontà della stessa.
Educare al tempo dei social significa anzitutto mantenere la padronanza dello strumento, guidarlo verso direzioni in cui davvero i social network possano essere piazza di incontro e di condivisione delle buone pratiche, mantenerne il comando con fermezza per evitare di ritrovarsi in preda a mine vaganti che si sfidano in spettacoli pirotecnici senza più aver chiara la meta.