La Direttiva europea 2000/53/CE prevede che, entro il prossimo 1° gennaio, la percentuale di reimpiego e recupero delle componenti di veicoli fuori uso raggiunga almeno il 95% del peso medio per veicolo e per anno. Ciò vuol dire che nell’intera filiera di produzione solo il 5% dell’automobile non sarà riciclabile. Ogni anno le vetture dismesse equivalgono ad oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui poco più di 1 milione di tonnellate in Italia. Ecco quindi che plastiche, metalli, gomma, oli esausti, etc. diventeranno obbligatoriamente frazioni recuperabili che dovranno essere re-immesse nel sistema produttivo come materia prime seconde sostitutive, alimentando un riciclaggio industriale che riduca il ricorso alle materie prime.
Già oggi il sistema dell’automotive – ma non solo – prevede il recupero di preziosi materiali, a cominciare dal riutilizzo degli scarti di lavorazione. Il consorzio Ecopneus che si occupa di riciclo dei pneumatici in Italia lo scorso anno ha avviato a riciclo 250.000 tonnellate di gomme, parte delle quali è stato riutilizzato in produzione di pneumatici e parte per altri scopi (granulato con cui si realizzano pavimentazioni stradali, sportive, etc.). Cobat, il consorzio che si occupa da anni di recupero di accumulatori al piombo, assicura un riciclo del 95% delle batterie classiche ed ha avviato una sperimentazione di riutilizzo anche delle più moderne batterie al litio. Anche il recupero dell’olio minerale esausto lo scorso anno ha raggiunto il 79% di recupero e riutilizzo. Più facile e storicamente organizzato il riciclo di componenti plastiche, riutilizzate quasi al 100% per nuove componenti quali paraurti o sottoscocca plastici. Ancora più strutturato il riciclo di vetro, alluminio, acciaio, tutti materiali facilmente riutilizzabili.
La norma di raggiungere il 95% di riciclo degli autoveicoli serve per “tracciare” meglio la filiera del flusso dei veicoli, dal concessionario fino agli impianti di disfacimento, senza dimenticare quel fenomeno che ogni anno fa sparire centinaia di migliaia di veicoli: l’esportazione illegale di veicoli fuori uso.
Che questi aspetti siano centrali, non solo per la sostenibilità ambientale, ma anche per la reale economia delle imprese è evidente: nei giorni scorsi i social media hanno rilanciato il programma di allargamento di attività di un noto marchio di scarpe sportive, la Timberland. L’idea è quella di entrare con propria produzione nel mercato dei pneumatici, che a fine vita alimenteranno la produzione di suole per poi essere nuovamente recuperate per ridiventare pneumatici. Idea bizzarra? Nemmeno per sogno: i responsabili della società statunitense hanno già programmato a breve l’avvio di produzione della gamma di pneumatici Timberland Cross – specifici per Suv, in 21 diverse misure – cui seguirà nel 2016 la produzione della gamma Timberland Tour, per tutti gli altri autoveicoli, in 25 misure. Nel 2017 Timberland prevede di poter alimentare la produzione delle suole delle proprie calzature partendo dal recupero della prima quota di pneumatici Timberland venduti, usati e quindi recuperati. Attraverso il sistema industriale automobilistico l’economia circolare entra ancora di più nel sistema economico: ed è solo l’inizio….
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