Abitare il digitale nel 2026 non è più una questione di competenze tecniche, ma di postura etica. Siamo passati dall’era della connessione a ogni costo a quella della “saturazione di senso”. In un ecosistema dove l’Intelligenza Artificiale non si limita più a ottimizzare processi industriali, ma entra prepotentemente nella gestione delle nostre fragilità emotive, dobbiamo chiederci: cosa stiamo delegando alle macchine?
Dialogare con il Prof. Davide Bennato, Docente di Sociologia dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell’Università di Catania, è stato un viaggio necessario tra tecnologia, sociologia e antropologia. Il punto di partenza di questa riflessione è il suo ultimo saggio, “Amanti sintetici. Sesso, relazioni e intimità nell’epoca dell’intelligenza artificiale“ (Il Pensiero Scientifico Editore), un testo che analizza come l’AI stia ridefinendo i confini dell’io e dell’altro.
La trappola della Sicofanzia: l’illusione del “Yes-Bot”
Nel saggio di Bennato emerge un termine che dovremmo scolpire nella nostra consapevolezza quotidiana: la sicofanzia. I chatbot, istruiti per essere accondiscendenti e privi di spigoli, stanno diventando dei “Yes-bot” pronti a darci sempre ragione. Come spiegato dal Professore durante la nostra intervista, questa forma di “adulazione insincera” trasforma l’AI in un interlocutore che evita il conflitto per massimizzare l’engagement. Ma se eliminiamo il confronto, eliminiamo anche la crescita: una relazione senza scontro è ancora una relazione umana? Il rischio è perdere la “muscolatura emotiva” necessaria per affrontare la complessità del reale.
L’Economia della Solitudine e il “Portolano” Digitale
La tecnologia non sta creando nuovi sentimenti, ma offre una “protesi” a quelli che non riusciamo più a gestire. Bennato traccia una linea chiara: viviamo in quella che possiamo definire l’Economia della Solitudine, un processo storico iniziato negli anni ’70 che ha frammentato la socialità, lasciando vuoti che oggi l’AI tenta di colmare.
Non è l’algoritmo a renderci soli; è la nostra solitudine che ci spinge a cercare l’umano dentro una macchina. In questo scenario, il libro “Amanti sintetici” funge da Portolano — un manuale di navigazione per orientarci in un mare sociale sempre più liquido e dinamico. Pur sapendo che dall’altra parte non c’è coscienza, la nostra tendenza antropologica a proiettare empatia sull’artificiale ci spinge a trattare i chatbot come confidenti, amici o persino amanti.
La sfida dell’Umanesimo Digitale: restare irripetibili
L’innovazione non va demonizzata, va compresa. Abitare il presente con pensiero critico significa riconoscere che l’AI può aiutarci a mappare il mondo, ma non può sostituire la bussola della nostra unicità. Il pericolo non è che le macchine inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a sentire come le macchine: in modo lineare, prevedibile e privo di quella meravigliosa imperfezione che ci rende irripetibili.
Il futuro del digitale popolare deve essere un futuro dove la tecnologia resta l’infrastruttura e l’umanità la strategia. Essere connessi è inevitabile, ma restare umani è una scelta quotidiana che richiede coraggio, etica e una profonda educazione al sentimento.
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