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L’Italia digitale: più connessi ma distanti

cittadini e ICT

L’indagine Istat su cittadini e ICT racconta un Paese in cui crescono competenze, servizi online e uso della rete. Ma età, istruzione e territorio continuano a segnare distanze profonde. E la comunicazione pubblica resta un nodo decisivo

C’è un errore che si fa spesso quando si parla di trasformazione digitale: scambiare l’aumento dell’uso per una vera maturazione del rapporto tra persone, tecnologie e diritti. L’indagine Istat Cittadini e ICT | Anno 2025 è utile proprio perché evita questo automatismo. I numeri raccontano un’Italia che cresce nell’accesso, nelle competenze e nell’uso dei servizi online, ma raccontano anche un’altra cosa: questa crescita non è uniforme, e continua a seguire le linee profonde delle disuguaglianze sociali del Paese.

Più competenze, ma il traguardo europeo è ancora lontano

Il primo dato è incoraggiante. Nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. È un aumento di 8,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, un progresso tutt’altro che marginale. Eppure il traguardo europeo fissato per il 2030, pari all’80%, resta lontano. Questo significa che il problema non è capire se l’Italia si stia muovendo. Si sta muovendo. Il problema è capire chi sta correndo e chi invece avanza più lentamente o resta ai bordi.

Il divario generazionale resta molto netto. Tra i 20 e i 24 anni il 71,7% di chi usa Internet ha competenze digitali almeno di base. Tra le persone di 65-74 anni la quota scende al 27,4%. È una forbice che dice molto più di un semplice ritardo tecnico: dice che la cittadinanza digitale non si distribuisce in modo naturale, ma si costruisce dentro traiettorie sociali, formative e culturali molto diverse.

La connessione c’è, l’autonomia molto meno

Lo stesso vale per l’accesso domestico alla rete. Oggi l’87,3% delle famiglie dispone di Internet in casa, ma tra le famiglie composte esclusivamente da persone anziane la quota si ferma al 63,9%. Inoltre, tra le famiglie che non hanno accesso alla rete, il motivo principale indicato non è il costo ma l’incapacità di utilizzo, segnalata nel 55,3% dei casi. È un dato molto rilevante, perché sposta il discorso dal solo piano infrastrutturale a quello delle competenze, dell’accompagnamento e della comprensibilità. In sostanza, non basta che la rete esista: bisogna poterla usare davvero.

Gli anziani entrano online, ma con più ostacoli

Anche l’uso di Internet conferma questa dinamica. Nel 2025 ha navigato in rete negli ultimi tre mesi l’83,1% della popolazione di 6 anni e più. Tra gli 11 e i 44 anni l’utilizzo è ormai prossimo alla saturazione, ma tra i 65-74enni scende al 72,5% e tra gli over 75 al 35,7%, pur in crescita rispetto al 2024. Non siamo più davanti a una popolazione anziana del tutto esclusa dal digitale. Siamo davanti, piuttosto, a una popolazione che entra progressivamente nella rete, ma con maggiori fragilità e più ostacoli.

Lo smartphone è il vero sportello digitale del Paese

Questo punto diventa ancora più chiaro se si osservano i dispositivi usati per connettersi. Lo smartphone è ormai il principale strumento di accesso a Internet: lo utilizza il 79,1% delle persone di 6 anni e più. Ma tra le persone di 65 anni e oltre cresce molto la quota di chi accede alla rete esclusivamente tramite smartphone. È un dettaglio solo in apparenza tecnico. In realtà è una questione centrale per la qualità dei servizi pubblici digitali, dei siti istituzionali, dell’informazione di servizio. Se tutto viene progettato come se l’esperienza standard fosse quella del desktop, una parte importante della popolazione resta formalmente inclusa e concretamente penalizzata.

Sappiamo comunicare online, molto meno creare contenuti

L’indagine diventa ancora più interessante quando entra nel merito dei diversi domini delle competenze digitali. Qui emerge un paradosso molto contemporaneo. Tra gli utenti Internet di 16-74 anni, l’84,3% mostra competenze avanzate nel dominio “Comunicazione e collaborazione”. Nel dominio “Creazione di contenuti digitali”, invece, il 27,7% non ha alcuna competenza. È una differenza che merita attenzione. Significa che moltissime persone sanno usare il digitale per parlare, scrivere, condividere, interagire, restare in contatto. Ma molte meno sanno usarlo per costruire contenuti, rielaborare informazioni, produrre materiali in modo autonomo e consapevole.

Per chi lavora nella comunicazione pubblica, nella scuola o nell’informazione, questo è forse uno dei passaggi più importanti del report. Per anni si è dato quasi per scontato che la familiarità con piattaforme e social coincidesse con una vera alfabetizzazione digitale. I numeri Istat raccontano una realtà più complessa: l’uso quotidiano non basta, da solo, a garantire capacità critica, autonomia o padronanza.

Intelligenza artificiale: più distanza che paura

Anche sul versante dell’intelligenza artificiale il quadro è meno enfatico di tante narrazioni correnti. Nel 2025 Istat ha rilevato per la prima volta l’uso di strumenti di IA generativa. In Italia li ha utilizzati il 17,8% della popolazione di 14 anni e più negli ultimi tre mesi; guardando alla fascia 16-74 anni comparabile a livello europeo, la quota sale al 19,9%, collocando il Paese al penultimo posto nella graduatoria Ue. Ma il dato più istruttivo riguarda le motivazioni di chi non li usa: il 59,9% dice di non averne bisogno, mentre il 21,6% dichiara di non saperli utilizzare. Solo una quota molto più ridotta richiama timori per sicurezza o protezione dei dati.

Il messaggio è chiaro: almeno per ora, l’IA non è una pratica normalizzata nella vita quotidiana della maggioranza delle persone. E soprattutto non è vissuta tanto come minaccia quanto come qualcosa di ancora poco utile o poco accessibile. Anche qui torna il tema della competenza, ma torna anche quello dell’utilità concreta. Senza casi d’uso comprensibili e senza mediazione culturale, la tecnologia resta sullo sfondo.

La PA online cresce, ma non è ancora semplice per tuttə

Molto significativo è poi il rapporto con la Pubblica Amministrazione digitale. Nel 2025 il 29,1% di chi ha usato Internet negli ultimi 12 mesi ha visitato siti o app della PA per accedere a informazioni personali, il 28,1% per ottenere informazioni su servizi, benefici e diritti, il 26,6% per prenotare appuntamenti, il 25,3% per scaricare o stampare moduli ufficiali. Sono quote importanti, che mostrano come il digitale pubblico non sia più un ambito di nicchia. Ma raccontano anche che il rapporto con la PA online resta fortemente legato a funzioni pratiche, informative e amministrative molto precise.

SPID e CIE funzionano, ma i divari restano

In questo scenario SPID e CIE si confermano strumenti ormai consolidati. Nel 2025 li ha utilizzati il 47% delle persone di 15 anni e più negli ultimi 12 mesi. Tra la popolazione di 16-74 anni che usa Internet, la quota sale al 53,2%, leggermente sopra la media europea. Anche qui, però, il dato medio nasconde forti differenze territoriali e sociali: nel Nord l’uso dell’identità digitale arriva al 52,3%, nel Mezzogiorno scende al 38,3%; tra le persone con titolo di studio elevato è molto più diffuso che tra chi ha un livello di istruzione basso. Insomma, uno strumento esiste e funziona, ma la sua effettiva adozione continua a dipendere dalle condizioni di partenza di chi dovrebbe usarlo.

Comprare online non significa essere più tutelati

Un altro indicatore utile per capire il grado di maturazione del rapporto con la rete è l’e-commerce. Nel 2025 il 49% della popolazione di 14 anni e più ha acquistato online negli ultimi 12 mesi. Ma il dato più interessante è un altro: il 41,2% di chi ha effettuato acquisti online negli ultimi tre mesi segnala di aver avuto almeno un problema, dal mancato rispetto dei tempi di consegna alle merci errate, dalle difficoltà nei reclami alla scarsa chiarezza su garanzie e diritti. Anche qui il digitale non coincide automaticamente con semplificazione o empowerment. Spesso richiede nuove forme di consapevolezza, tutela e capacità di orientamento.

Il punto vero: la comunicazione pubblica non è un accessorio

Che cosa ci dice, allora, davvero questa indagine? Dice che il digitale in Italia non è più un tema per specialisti. È l’ambiente in cui si accede ai servizi, si usano identità digitali, si prenotano appuntamenti, si consumano contenuti, si comprano beni, si sperimentano nuovi strumenti come l’IA. Ma dice anche che tutto questo non è distribuito in modo equo. E che quindi la trasformazione digitale, lasciata a se stessa, rischia di riprodurre le stesse gerarchie che già conosciamo: tra generazioni, tra territori, tra livelli di istruzione, tra chi possiede più risorse culturali e chi ne possiede meno.

Per questo la comunicazione pubblica ha un ruolo tutt’altro che ornamentale. Non serve soltanto a far sapere che un servizio esiste. Serve a renderlo comprensibile, usabile, accessibile. Serve a tradurre complessità, a progettare percorsi semplici, a costruire fiducia, a ridurre la distanza tra infrastruttura e cittadinanza. È qui che i dati Istat diventano qualcosa di più di una fotografia statistica: diventano una piccola agenda di lavoro per chiunque si occupi di istituzioni, media, formazione e diritti digitali.

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