L’Italia resta indietro nell’uso dell’intelligenza artificiale, ma la fotografia cambia quando si guarda ai giovani e, soprattutto, a come la utilizzano. Secondo gli ultimi dati Eurostat, solo il 19,9% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha usato strumenti di IA generativa nel 2025, contro una media europea del 32,7%: il Paese è penultimo in UE, davanti alla sola Romania. È un ritardo che conferma una difficoltà strutturale nell’adozione delle tecnologie digitali avanzate, figlia di divari di competenze, diffidenza culturale e una percezione dell’IA ancora legata più ai rischi che alle opportunità.infodata.
La situazione è però diversa se si restringe lo sguardo alle fasce più giovani. Sempre Eurostat indica che il 47,2% dei ragazzi italiani tra i 16 e i 24 anni utilizza strumenti di IA generativa, contro una media europea del 63,8%: l’Italia resta in coda alla classifica, ma la penetrazione tra i giovani è comunque più che doppia rispetto alla popolazione generale. È una generazione che, pur muovendosi in un contesto nazionale poco dinamico sul fronte digitale, ha già integrato l’IA nella propria quotidianità, spesso senza che adulti, docenti e istituzioni ne abbiano piena consapevolezza. Al centro dell’uso non c’è tanto il lavoro – molti non sono ancora entrati nel mercato occupazionale – quanto lo studio: quasi il 70% dei giovani italiani che usano l’IA dichiara di farlo per scopi educativi, contro una media europea del 62%.
L’IA generativa è diventata, di fatto, un tutor informale. Gli studenti la impiegano per cercare informazioni, riassumere testi, farsi spiegare concetti complessi, tradurre, preparare verifiche e interrogazioni. Indagini nazionali indicano che tra gli universitari italiani l’89% dichiara di usare strumenti di IA per studiare, e che circa quattro ragazzi su cinque nelle scuole superiori li utilizzano almeno settimanalmente per compiti e preparazione, anche se molti docenti sottostimano questa realtà. Per una parte consistente degli studenti, l’IA è un assistente per ottimizzare tempi, verificare risposte, trovare spunti creativi; per altri diventa un modo per aggirare la fatica, delegando la produzione di testi o esercizi senza un reale controllo critico. In entrambe le direzioni, si tratta di un cambiamento profondo nei processi di apprendimento, che la scuola italiana sta faticando a governare.
Il paradosso italiano è tutto qui: un Paese che, come sistema, adotta poco l’IA, ma al cui interno una generazione la usa intensamente, soprattutto in ambito educativo. La bassa diffusione tra adulti e imprese si traduce in minori opportunità di sperimentazione nel lavoro e nei servizi, rallentando la creazione di un ecosistema in cui l’IA diventi componente naturale di processi e prodotti. Al tempo stesso, la mancanza di linee guida chiare e di formazione per docenti e genitori lascia i ragazzi soli a definire da sé regole e limiti, con il rischio di un uso sbilanciato verso convenienza, scorciatoie e dipendenza da risposte automatizzate. I dati di ricerche su adolescenti italiani mostrano una dimensione ulteriore: una quota significativa di giovani usa l’IA non solo per studiare, ma anche per cercare supporto emotivo, consigli personali, rassicurazione, allargando il campo dal cognitivo al relazionale.
Se guardiamo all’Europa, il quadro è ancora più chiaro. Danimarca, Finlandia, Grecia e altri Paesi nordici registrano quote di utilizzo dell’IA tra la popolazione e tra i giovani vicine o superiori al 40–50%, con un’integrazione della tecnologia sia nella vita quotidiana sia nei percorsi di istruzione. In questi contesti, l’IA è pensata come infrastruttura: si lavora su competenze, etica, regolazione, ma anche su strumenti pratici per la scuola e per il lavoro. In Italia, al contrario, la discussione pubblica oscilla fra allarmismo (“i ragazzi copiano con ChatGPT”) e entusiasmo superficiale, senza tradursi in politiche strutturate di “AI literacy” per studenti e insegnanti. L’AI Act europeo, che introduce esplicitamente l’esigenza di competenze diffuse per chi usa e sviluppa sistemi di IA, è un’occasione che il Paese dovrebbe cogliere per colmare questi vuoti, ma la distanza tra il livello regolatorio e quello delle pratiche in aula resta ampia.
Che fare, allora, in un Paese dove l’IA è poco usata dagli adulti ma intensamente dagli studenti? La prima risposta non può essere il divieto, né la rimozione degli strumenti dalla scuola, perché significherebbe spingere l’uso in una zona grigia e incontrollata. Occorre piuttosto portare alla luce ciò che già accade: riconoscere formalmente che gli studenti usano l’IA, capire come, discutere con loro rischi e opportunità, co‑progettare attività didattiche che la integrino in modo trasparente e responsabile. Serve formazione per i docenti, capace di andare oltre il semplice “come funziona ChatGPT” per affrontare questioni di metodo, valutazione, plagio, pensiero critico. Serve, infine, una strategia nazionale che non si limiti a misurare il ritardo, ma si dia l’obiettivo di trasformare la familiarità dei giovani con l’IA in un vantaggio competitivo per il Paese.
Se l’Italia riuscirà a far dialogare il basso tasso di adozione generale con l’uso intenso e prevalentemente educativo dell’IA da parte dei giovani, potrà costruire una traiettoria originale: meno basata sull’iper‑automazione e più su una tecnologia che aiuta a studiare, capire, creare. Se, al contrario, continuerà a ignorare questo scarto, rischierà di ritrovarsi con generazioni che sanno usare strumenti potenti ma senza un contesto che li aiuti a farlo in modo consapevole, e con un tessuto produttivo che guarda all’IA come a una moda da rincorrere, anziché a una leva su cui investire.