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Salviamo Meriam: dopo l’appello dei social il benvenuto in Italia

A volte i social network possono non solo educare, ma anche salvare vite. E dare una lezione al mondo. Perché i social media sono davvero strumenti in mano agli utilizzatori, che spesso senza saperlo hanno a disposizione un potenziale comunicativo enorme: si tratta forse dello strumento mediatico più democratico che esista perché la linea non la dà l’editore né altri ma sono i fruitori stessi che, organizzandosi dal basso oppure accogliendo l’invito di enti, associazioni o testate giornalistiche, possono sollevare un caso e portarlo sotto i riflettori del mondo.MeriamDeveVivere3

È quanto accaduto con Meriam Yahya Ibrahim, giovane donna sudanese di 27 anni, cristiana ortodossa che a maggio fu condannata all’impiccagione e a 100 frustate da un tribunale del suo Paese perché avrebbe commesso apostasia e adulterio, sposando il cristiano Daniel Wani, cittadino americano e del Sud Sudan, e convertendosi al cristianesimo. La legislazione sudanese contempla infatti la sharia islamica e vieta a una donna musulmana di sposare un cristiano. Premesso che una condanna a morte per un motivo del genere fa rabbrividire, in realtà la donna non ha mai commesso il presunto “reato” perché, abbandonata da piccola dal padre musulmano, è cresciuta con la madre di religione cristiana. Meriam non è mai stata di fede islamica e ha conosciuto fin da bambina il cristianesimo aderendovi con convinzione. 
Al momento della carcerazione, Meriam, oltre a dover abbandonare il marito costretto su una sedia a rotelle, aveva un bambino di 20 mesi, Martin, ed era incinta all’ottavo mese tanto che dietro le sbarre, incatenata, ha dato alla luce la piccola Maya.
L’atroce ingiustizia ha suscitato indignazione in molte parti del globo e anche in Italia, grazie all’iniziativa di Avvenire e di Italians for Darfur, è stata lanciata una campagna di mobilitazione che ha avuto nei social media, twitter in primis, il veicolo principale con l’hashtag #meriamdevevivere . Nel giro di poche ore migliaia di adesioni hanno sollevato un’onda popolare dal basso che dall’Italia, e da diversi angoli del pianeta, ha fatto rimbalzare la notizia su tutti i media interazionale, inducendo Governi, Ambasciate e Associazioni ad attivarsi per chiedere la liberazione della giovane. Lo stesso Premier italiano Matteo Renzi, nel discorso di insediamento alla presidenza del semestre europeo, riferendosi al caso di Meriam, ha dichiarato che “ne va della dignità dell’Europa”.
La “social ondata” e la mobilitazione politica e diplomatica che ne seguono sortiscono gli effetti sperati: processo ripetuto e il 23 giugno la Corte d’appello sudanese ordina la liberazione della giovane donna. Nei giorni successivi la famiglia di Meriam si prepara a partire per gli Stati Uniti, dato che il marito Daniel ha doppia cittadinanza, ma la donna viene nuovamente bloccata per presunta irregolarità del passaporto e documenti di espatrio. Dopo momenti di paura per un nuovo arresto, Meriam viene nuovamente rilasciata e trova rifugio all’Ambasciata degli Stati Uniti d’America, a Khartoum, dove ha ricevuto anche la visita del Viceministro agli affari esteri Lapo Pistelli e della Presidente di Italians for Darfur Antonella Napoli.  MeriamItalia

 E proprio oggi, quando alcuni familiari ancora cercavano di accusarla  nuovamente chiedendo che il Matrimonio della giovane fosse annullato, su un  volo di Stato con Pistelli, Meriam e la sua famiglia sono arrivati in Italia, il  Paese che dai social alle Istituzioni, con una mobilitazione popolare di grandi  dimensioni, ha giocato un ruolo chiave per la risoluzione del caso.
 Un caso che ci ricorda l’importanza di utilizzare i social in modo intelligente,  tattico e coordinato, senza mai abbassare la guardia: erché, a volte, il rischio  delle campagne social è che, dopo un positivo e virale contagio sull’onda  dell’emozione, la notizia finisca pian piano nel dimenticatoio: i social, invece,  possono portare a compimento la missione, tenendo alta l’attenzione, dettando l’agenda del mondo, informando ed educando persone al rispetto e alla libertà indipendentemente dal credo e dalla cultura, e mantenendo un tema all’ordine del giorno fino alla risoluzione del caso. Stavolta ce l’abbiamo fatta e #meriamdevevivere può diventare #meriamsalva, o ancor meglio #benvenutameriam.

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