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Nell’aula digitale unblogdiclasse®, fondata e diretta da Elisa Lucchesi, si sviluppano quotidianamente competenze professionalizzanti in ambito giornalistico e forme di interazione con il territorio. Lo strumento è spesso lo storytelling digitale. In questo contributo Giovanni Albergucci @iomichiamoG  (V Liceo scientifico San Marcello Pistoiese) recensisce il Decamerone nell’interpretazione di Stefano Accorsi, dopo la prima nazionale al Teatro della Pergola di Firenze (@PergolaFirenze). La supervisione editoriale è a cura di Igor Tavilla. pergola

Nel pomeriggio di Domenica 14 Dicembre, a La Pergola, si è conclusa la prima nazionale di Decamerone – vizi, virtù, passioni. È la fase conclusiva del progetto teatrale “Grandi Italiani”, concepito e sviluppato da Marco Baliani e Stefano Accorsi. Dopo il successo di Ariosto e Machiavelli, occupa la scena il masterpiece di Boccaccio: una selezione di sette novelle che mostrano, ancora una volta, quanto la letteratura del passato abbia da raccontare al presente.

Sul palco le luci si accendono soffuse. Svelano una scenografia a dir poco singolare. Istintivamente, non ci si capacita di come si possa ripercorrere le giornate dell’onesta Brigata in un furgoncino hippie: nell’immediato può sembrare un’intrigante nota discorde, a posteriori capiremo che l’attualità delle lontane vicende narrate non cozza affatto con adattamenti scenici moderni. Basti pensare a Jean Anouilh che nel 1947 aveva proposto Medea – ben più antica del Decamerone – facendo vivere l’infanticida in un carrozzone. Nel nostro caso, per di più, il solitario e prismatico pulmino si modella come argilla nelle mani dei pochi teatranti.

In totale supporterà l’interpretazione di sette novelle.

È interessante notare, durante la rappresentazione, che il bell’Accorsi non ha mai un ruolo di protagonista. Intelligentemente, si potrebbe aggiungere. La narrazione delle novelle è affidata ad un equipe di attori – dalla bravura abbacinante – con cui Stefano, in umiltà, co-partecipa.

A lui è riservato il monologo d’apertura e di chiusura della mise-en-scène.

Parla in qualità di “re” della giornata, di maestro di narrazione, affinché sia chiaro il motivo che spinge il teatro contemporaneo a riproporre le cento novelle di Boccaccio.

Tutti i presenti, senza dubbio, hanno interiorizzato il messaggio veicolato dalla sua voce calda, gaudente e sempre chiara.

Difficile ignorare l’eterogeneità del pubblico, quel pomeriggio.

Solitamente, almeno tra ragazzi, non si fa in tempo nemmeno concludere il concetto “sai, vado a vedere il Decameron del Boccaccio”, che sulla bocca di chi ascolta appare una smorfia di noia che fa tanto banco di scuola. D’altronde, il più delle volte, pare che col pretesto dello scholastically correct si abbia il diritto di censurare proprio ciò che a scuola farebbe fiorire sulle labbra un sorriso – di amarezza o di divertimento, poco importa. Sta di fatto che il pre-giudizio finisce così non solo per affliggere il Decameron in sé, bensì tutta una gamma di contesti, opere, situazioni e sentimenti apostrofati come “boccacceschi”. Quasi fosse una parolaccia, un’ingiuria, talvolta un’infamia.

Poco importa quante nuove edizioni, trasposizioni teatrali e testi critici siano stati prodotti nel tempo: la reazione è sempre – o troppo spesso – la medesima.

Grazie a questa proposta teatrale, il Principe Galeotto ha l’opportunità di riscattarsi agli occhi dei più. Al di là dell’opinione che possiamo farci sulla rilettura di Baliani e l’interpretazione degli attori, il messaggio è chiaro: da sempre i “racconti” servono all’uomo per esorcizzare la fatica e l’infelicità del suo vivere. Per immaginare altre vite e sperare.

In una Firenze piagata dalla peste, il Decameron tenta attraverso la narratio di scongiurare l’avvento della morte. Soprattutto per questo è di scena l’amore.

Che sia angelico o blasfemo, ideale o erotico, puro o corrotto, l’amore dà vita e alimenta la speranza. Quella speranza che dissipa nel cuore degli uomini il fiato della morte dilagante. Come un raggio di sole trafigge la gelida nebbia.

Ad oggi, ci vantiamo d’aver debellato con l’arte medica molte pestilenze virali, eppure ci troviamo afflitti da un morbo forse ancor più endemico e mortifero.

È il tessuto sociale, il senso civile, ad essere imputridito dalla piaga della corruzione.

Sotto storie furiose, erotiche, grottesche, ironiche e drammatiche, il “boccaccesco” cela la formula per scuotere le coscienze di tutti.

Come spiega il regista Marco Baliani, “per liberarci dall’appestamento, dobbiamo partire dalle nostre fragilità e debolezze, riconoscerle e riderci sopra, magari digrignando i denti.”

Soprattutto, dovremmo trapassare la nostra condizione. Superarla. E ricordarci che la Storia non inizia con noi. Che il passato può ancora soffiarci nell’orecchio un consiglio.

Dopotutto, è questo il valore della letteratura.

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