Su intenet, oggi il principale mezzo di informazione e di diffusione di informazioni, corrono le notizie sul fenomeno delle migrazioni, intere popolazioni di profughi e di disperati in fuga da territori di guerra, devastazione e morte. Diffuso anche l’utilizzo dei social media per raccontare queste storie, e più in generale storie e notizie dal mondo della cronaca che hanno per protagonisti gli immigrati e le minoranze. E in rete scatta l’hate speech, la tendenza al commento razzista, xenofobo, discriminatorio. Per capire il fenomeno, e proporre soluzioni è nato il progetto ‘Bricks – building respect on the Internet by combating hate Speech’, con una ricerca in Italia condotta dal Cospe, istituzione che si occupa di sviluppo dei paesi emergenti. Sull’argomento abbiamo sentito Alessia Giannoni, ricercatrice del Cospe e responsabile del progetto. Inoltre è notizia degli ultimi giorni l’accordo raggiunto dalla Commissione Europea con le società che gestiscono i principali social network su un codice di condotta per contrastare gli incitamenti all’odio.
Quanto è diffuso l’odio in rete? Come combatterlo?
La percezione è che il fenomeno sia diffuso e in crescita. E’ difficile da monitorare, anche a livello internazionale non c’è unicità di vedute su come reperire i dati che possono aiutarci a capire il fenomeno. Fenomeno da contrastare ma non è facile dato che si deve anche salvaguardare la libertà di espressione. Sappiamo che è importante fare un lavoro di educazione, partendo dalle scuole. In questi mesi abbiamo fatto 200 ore di laboratori in classe e stiamo preparando un manuale specifico per gli insegnanti. C’è bisogno di educare ai media e abbiamo riscontrato molto interesse da parte dei ragazzi e degli insegnanti.
Come vi siete mossi per affrontare l’argomento ?
La ricerca è stata, in una prima parte, un’analisi sociologica condotta dall’Università di Firenze, sui commenti che seguivano gli articoli on line di alcune testate. In una seconda fase abbiamo fatto delle interviste a direttori delle testate giornalistiche, per capire quali fossero le buone prassi da mettere in campo per contenere il fenomeno. Adesso stiamo facendo una sintesi per individuare e presentare in modo organico queste buone prassi. Intanto stiamo anche lavorando a un decalogo che può essere utile per social media manager e community manager, nel loro lavoro.
Le linee del decalogo quali sono?
E’ importante che una testata abbia una policy, una lista di regole e di comportamenti scritta nel sito. Non tutte le testate ce l’hanno ed è bene invece che se ne dotino. Interagire coi lettori, essere presenti on line e spiegare qual è la propria posizione. Ironia e creatività non guastano, anzi aiutano a gestire i commenti più pesanti e a far ‘rientrare’ la discussione. Cercare modi originali per smorzare i toni di conversazioni che si accendono e rischiano di degenerare. E poi non aver paura di prendere decisioni, anche di bannare i commenti più odiosi e attenersi alle regole che ci si è dati.
La campagna #silencehate come sta andando?
Procede, è una campagna europea lanciata a marzo in occasione della presentazione dei risultati della ricerca che abbiamo condotto. Seguendoci su Twitter è possibile vedere tutti gli aggiornamenti. L’evento conclusivo di tutto questo percorso lo avremo all’interno dell’Internet Festival a Pisa, nel mese di ottobre.