Le Piccole e medie imprese (Pmi) devono investire di più nell’alfabetizzazione ai linguaggi dell’innovazione digitale e di acquisizione di un “nuovo sapere tecnologico”, operativo e organizzativo. Questa realtà del mondo imprenditoriale, non quella delle grandi aziende, reagisce più lentamente all’evoluzione del digitale.
È quanto emerge dai dati di un rapporto dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), in cui si delinea il panorama di investimento nel settore tecnologico da parte delle Pmi. Le aziende sono state suddivise in 3 segmenti: quelle con meno di 10 dipendenti, tra i 10 e i 49 dipendenti e tra 50 e 249.
Le grandi imprese hanno maggiori risorse delle Pmi, è scontato, ma non è questo il solo motivo che determina la modesta diffusione della cultura digitale e la maggior fatica delle imprese di dimensioni più ridotte a riconoscere le opportunità offerte da Internet. È una questione culturale, tra i soggetti della micro imprenditorialità, ancora circa un quarto di essi attribuisce una scarsa importanza ai servizi della Rete, rispetto ad un valore inferiore al 10% per le piccole e medie aziende.
La crescita è rallentata anche dalla limitata diffusione di connessioni superveloci e dalla indisponibilità ad investire più risorse, rilevata nel 50% circa dei casi, per ottenere una connessione più veloce.
Dall’esame dello studio di Agcom risulta, inoltre, che ancora tante imprese sono ancorate a strutture di vecchia generazione: telefono fisso e computer fisso rappresentano, infatti, i principali dispositivi di comunicazione e di accesso alla rete.