Divertimento 2.0: reinventare l’intrattenimento ai tempi della pandemia è il titolo del rapporto realizzato da Talkwalker, la piattaforma che analizza gli insight nascosti dietro ai conversational data, con l’obiettivo di studiare il settore dei media e dell’intrattenimento durante l’emergenza sanitaria.
Il 2020 è stato un anno all’insegna dei contrasti. Mentre metà delle attività restava dormiente, dal momento che sale concerti, cinema e parchi divertimento sono stati ritenuti non essenziali, il resto del settore – dalle società di gaming ai produttori musicali passando per i grandi player nel settore dello streaming, editori e media company – era impegnato a trovare il modo di soddisfare l’aumento esponenziale della richiesta
di informazioni sulla pandemia e il divertimento online gestendo al contempo il proprio business.
Adesso molti brand si trovano davanti a un’incognita: come si comporterà il consumatore quando le attuali restrizioni saranno revocate in tutto il mondo? Che tipo di vantaggi si avranno dalle riaperture e come si potrà ripartire in una società post-Covid?
Il report analizza milioni di conversazioni tra consumatori su social media, blog, forum e nuovi siti, per tracciare l’evoluzione del comportamento nel corso dell’ultimo anno e individuare i trend su cui le aziende possono far leva per fidelizzare i clienti, generare vendite e ridurre i costi.
L’analisi è stata suddivisa in cinque sezioni chiave:
• Conversazioni trasversali – Musica, film e serie TV diventano rimedi allo stress da pandemia
• Sport – Quando gli eventi si spostano online: il regno degli esport, eventi virtuali e piattaforme di streaming
• Serie TV e film – Quando le piattaforme OTT ridefiniscono l’industria cinematografica
• Musica – Cosa fanno gli artisti in mancanza di concerti dal vivo?
• Media – L’ascesa dell’audio (e di Clubhouse)
Sul ruolo che può ricoprire il brand journalism nella promozione del settore ha fornito il proprio contributo Roberto Zarriello, professore di Comunicazione digitale e social media di Università Pegaso e direttore scientifico del Digital Lab, il percorso di formazione e divulgazione ideato dall’associazione PA Social in collaborazione con Università Pegaso per approfondire temi come glocal news, storytelling, content marketing, competenze digitali, comunicazione e informazione pubblica.
Ogni azienda è una media company? La disintermediazione ha cambiato le regole e le prospettive. Con lo storytelling aziendale si è andati oltre la pubblicità e oltre l’autoreferenzialità. In questi termini si è compiuto un primo importante passo verso l’adozione di un approccio editoriale che è oggi un unico approccio comunicativo da cui gli utenti possono ricavare intrattenimento prima che beni di consumo. Ma l’intrattenimento da solo non basta: bisogna unire l’utile al dilettevole, dove per utile si intende “informazione”. Consumare oggi è prima di tutto questione di consapevolezza.
E di raccolta, selezione di informazioni: ogni acquisto è portato a termine solo dopo avere saputo la provenienza delle materie prime, l’utilità dell’oggetto, il feedback di chi l’ha già acquistato, gli esiti del mercato, le conseguenze nel breve e lungo periodo e così via. Il consumismo consapevole non può e non deve essere bersaglio di pubblicità indiscriminate e ingannevoli ma deve diventare un testimone di qualità per ogni azienda. E’ questo contesto che ha consentito al brand journalism di radicarsi: ogni azienda può raccontarsi senza filtri in modo diretto e crossmediale. Focalizzarsi sul pubblico significa capirne le emozioni, le esigenze e i bisogni. Non c’è trucco, non c’è inganno, la vera sfida per ogni azienda “media house” è stabilire relazioni durature con il proprio pubblico basate sulla fiducia e sull’autorevolezza. Capire emozioni e passioni del pubblico e saperle raccontare, così i brand di successo (molti dei quali in questo particolare periodo nel settore entertainment) hanno indicato la strada.