Dare un significato alla realtà, alle cose che vediamo, alle situazioni che viviamo è una delle principali azioni che l’essere umano svolge quotidianamente. Ogni volta che interagiamo con qualcosa, ciò che facciamo è categorizzare, semplificare la nostra percezione, affinché il risultato finale sia la comprensione immediata di ciò che ci circonda.
È proprio a partire da questo, che lo psicologo statunitense Jerome Bruner arriva a teorizzare l’esistenza di un “pensiero narrativo” che permetterebbe alle persone di costruire, comprendere e raccontare la
realtà che le circonda. L’io narrante è il soggetto costante nella vita degli individui che proprio grazie al linguaggio e alla condivisione di simboli riescono a comunicare tra loro e a costruire la realtà stessa in cui vivono.
Alla base di questo processo la necessità di categorizzare per semplificare il più possibile ciò che l’io narrante deve andare a comprendere e comunicare. Nel processo, che Tajfel definisce di “categorizzazione sociale”, il contesto esterno si semplifica a tal punto da permettere agli individui di organizzare le informazioni secondo delle categorie volte a differenziare ciò che è dentro la selezione (in) da ciò che è fuori (out).
Un meccanismo che lo psicologo teorizza grazie ad uno dei suoi esperimenti più famosi: i gruppi minimi. Se secondo la teoria dei gruppi minimi le persone differenziano, senza un valido motivo, ciò che è dentro il gruppo da ciò che è fuori, risulta evidente come sia rilevante la percezione e la selezione nella nostra interazione quotidiana. Non solo ai fini della co-costruzione con gli altri attori sociali della realtà, ma anche per la costruzione della nostra stessa identità sociale.
Ciò che percepiamo, elaboriamo e narriamo fa parte della nostra esistenza e ci permette di vivere una personale esperienza sociale, in relazione a ciò che ci circonda. L’essere umano ha sempre condiviso la sua storia e costruito la realtà attraverso “l’arte di narrare”, ovvero lo storytelling. Proprio grazie a questa tecnica è riuscito a cooperare tramandando le competenze acquisite di generazione in generazione, permettendo così alle comunità di evolversi. Ciò che ha fatto è stato: “superare la frammentazione delle diverse forme e strategie di comunicazione, ma anche dei diversi contenuti e delle diverse esperienze, per costruire e ricostruire il significato denotativo e connotativo di ciò che siamo, ma anche di ciò che vorremmo essere all’interno di una narrazione più ampia” (F. Giorgino).
Mettere ordine nella complessità narrativa che accompagna la quotidianità dell’individuo è ciò che rende lo storytelling uno strumento indispensabile per andare oltre e riappropriarsi di un filo logico formato da schemi spesso ripetuti nel tempo.
Quando raccontiamo una storia l’oggetto della narrazione coincide con l’interesse e l’importanza che gli attribuiamo sia per noi stessi che per gli altri. Durante l’arco della giornata ci capita di raccontare esperienze, condividere stati d’animo, narrare un tema che coincide con le nostre competenze, possiamo farlo online tramite il nostro telefono o il computer, oppure offline davanti ad un caffè o ad un’aula di formazione. Tutte queste micro-narrazioni sfruttano la logica dello storytelling, per rimettere in ordine le idee e narrare una storia con un inizio, una fine e uno svolgimento.
Non solo le persone utilizzano lo storytelling per condividere le proprie emozioni ed esperienze, anche i brand, dal settore pubblico al privato, inseriscono queste tecnica all’interno di una più ampia strategia di marketing. L’obiettivo principale per un’azienda o un’organizzazione è raccontare i propri valori, la missione e il proprio prodotto/servizio avvicinando il consumatore finale, puntando alla più profonda sfera emozionale.
Attraverso lo storytelling non si mira solo a proporre soluzioni a problemi, ma si cerca di acquisire la fiducia del consumatore raccontando non il “come” ma il “perché”. Da qui la grande rivoluzione di un marketing e una comunicazione sempre più orientati alle persone e meno alla promozione unica del prodotto. Con obiettivi non più solo a breve termine, ma pensati per una realizzazione di lungo periodo in grado di permettere alle persone di identificarsi con il brand stesso, andando oltre l’esperienza immediata, per creare uno status symbol e un’identificazione valoriale.