Correva l’anno 1999. Sulle note di “50 Special” dei Lunapop mi immaginavo a sfrecciare con una Vespa sui colli bolognesi portando in sella Britney Spears, sogno di tutti gli adolescenti dopo l’uscita di “Baby one more time”. Il vibrato di Cher in “Believe” stupiva il mondo e gli Offspring suonavano “A pretty fly for a white guy”, colonna sonora delle mie gite scolastiche.
Cosa hanno in comune tutte queste canzoni? Per voi niente, ma sono state le mie prime canzoni scaricate da Napster, una tecnologia rivoluzionaria che stava conquistando il mondo.
Se non sai cos’è Napster, vergognati, vuol dire che sei troppo giovane. Napster era un servizio di condivisione file peer-to-peer che consentiva agli utenti di scaricare facilmente tutta la musica che si voleva. Ovviamente in modo illegale, ma era abbastanza “tollerato”, se usato senza scopo di lucro.
Napster è stato uno dei primi grandi segnali di come Internet avrebbe completamente sconvolto e trasformato numerose industrie. L’industria musicale è stata quella più colpita, andando vicina alla rovina. Le case discografiche ovviamente reagirono: dopo due lunghi anni di battaglie giudiziarie, Napster venne infine chiuso. Ma nel frattempo erano sorti altri siti simili, confermando che, quando emerge un bisogno, chiudere un rubinetto significa solo far esplodere l’acqua da altre parti. In questo caso il bisogno era quello di avere tutta la musica facilmente accessibile ovunque, pagando poco. Long story short, la chiusura di Napster non riuscì a fermare il lento e progressivo declino dell’industria musicale, fino a quando si trovò un nuovo modello economico che faceva contenti (più o meno) tutti: lo streaming.

In 10 anni i ricavi da streaming sono passati dal 10& al 66%.
Ma adesso sembra che ci sia un nuovo terremoto per l’industria musicale: il “colpevole” è l’intelligenza artificiale, o meglio, l’uso che ne facciamo, visto che, grazie ai nuovi strumenti potenziati dall’IA, è possibile analizzare milioni di canzoni e produrre nuove tracce e nuova musica.
Possiamo far risalire questo nuovo “momento Napster” allo scorso Aprile, quando in tutte le piattaforme musicali uscì una nuova canzone, “Heart on my sleeve”, cantata da due dei più famosi artisti del pianeta: Drake e the Weeknd. Qual è la novità? Semplicemente che le voci dei due cantanti non erano le loro, ma generate dall’intelligenza artificiale. Erano voci false. Prima di essere rimossa, la canzone è stata ascoltata milioni di volte su Spotify, YouTube, TikTok, diventando presto una hit. Mentre sentire A.I. Freddie Mercury cantare “I will always love you” o A.I. Kanye West eseguire “Hey There Delilah” può sembrare un esperimento innocuo, il successo (anche se breve) di “Heart on My Sleeve” sui servizi di streaming ufficiali, completo di astuto marketing online da parte del suo creatore anonimo (addirittura la canzone è stata candidata al Grammy), ha intensificato gli allarmi che stavano già suonando nel mondo della musica, dove le aziende sono sempre più preoccupate per i modelli che apprendono le voci dei cantanti famosi che poi vengono riutilizzate per gli scopi più diversi: un’altra canzone, uno spot, un messaggio politico. Insomma, utilizzare le voci più famose del mondo a proprio piacimento. Un superpotere non da poco (come avete visto anche sopra). Ma “Heart on My Sleeve” è stato l’ultimo e più clamoroso esempio di un genere che è esploso negli ultimi mesi: c’è addirittura uno “Spotify dell’IA” , dove trovare canzoni nuove e originali cantate dagli artisti più famosi. Anche in Cina non si scherza: Tencent Music, il gruppo di intrattenimento cinese, ha pubblicato più di 1.000 brani con voci sintetiche.
Ma non esistono solo voci artificiali. Audio e musica sono già facilmente generabili dall’IA: impressionante il documento di Google uscito la scorsa primavera che racconta le potenzialità di MusicLM, un sistema che genera qualsiasi suono, semplicemente con un suggerimento di testo, come facciamo per ChatGPT e gli altri. I risultati sono apparentemente straordinari e realistici: avete mai voluto sentire come “suonerebbe” l’urlo di Munch? Ecco, MusicLM può generare musica anche dalla descrizione di dipinti famosi, creando un mash-up tra varie arti dai risultati lisergici e perturbanti.

Estratto dal paper di Google dove si può “ascoltare” l’urlo di Munch
Il suono è conturbante e angosciante, proprio come il quadro. Non sappiamo se mai uscirà MusicLM. Sembra che Google tema i possibili effetti di un modello di generazione audio così potente, e nel frattempo si starebbe mettendo d’accordo con Universal per sviluppare uno strumento che consenta ai fan di creare brani musicali partendo da canzoni già esistenti, e insieme di garantire ai legittimi titolari dei diritti d’autore di ricevere un compenso per l’utilizzo delle loro opere.
Ma se non volete aspettare Google, e volete creare musica solamente con l’aiuto di un testo, potete provare gratuitamente Stable Audio, che, secondo il CEO Emad Mostaque, “può consentire agli appassionati di musica e ai professionisti creativi di generare nuovi contenuti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, generando infinite innovazioni”. Uno strumento virtuoso che può aiutare gli artisti a creare le loro opere.
Non solo c’è la capacità di creare musica e canzoni (senza possedere talento musicale), ma i nuovi algoritmi di intelligenza artificiale possono finalmente rompere il divario linguistico che purtroppo non ci consente di apprezzare pienamente la creatività globale. Ad esempio, Spotify ha annunciato una collaborazione con alcuni popolari podcaster inglesi per duplicare i loro episodi in lingua spagnola tramite AI. L’obiettivo è quello di rendere i podcast originariamente in inglese accessibili a un pubblico internazionale più ampio.
Ma ci pensate alle potenzialità di poter offrire la propria creatività, di condividere il proprio messaggio, potenzialmente in tutte le lingue del mondo, con un semplice click? Potrebbe finalmente segnare la fine della geografia, nessuna barriera o confine nazionale potrà evitare di far sentire le nostre voci (o le nostre canzoni). Questo potrebbe essere il “bisogno”, l’esigenza che muta i modelli produttivi ed economici: poter creare musica e audio facilmente, per tutti. In realtà, da grande fan del karaoke, mi accontenterei che l’intelligenza artificiale possa migliorare in tempo reale la mia voce, prendendomi una bella rivincita contro i miei detrattori.
A parte i miei desideri canori, abbiamo visto luci e ombre per quanto riguarda l’utilizzo dell’IA nel campo della musica e degli audio. Da una parte gli evidenti problemi di copyright e di proprietà intellettuale, dall’altra la capacità di utilizzare nuove possibilità per esprimere la propria creatività. L’industria musicale e di creazione di contenuti è di fronte a un nuovo bivio: rinascere sfruttando l’intelligenza artificiale o morire per colpa di questa?
Questo articolo è uscito su Superpoteri, la newsletter che si occupa di tecnologia, potere e politica.