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Social, comunicazione, relazioni, turismo. L’intervista a tutto tondo a Gianluigi Tiddia

insopportabile

Il suo occhio è più che riconoscibile: è di un verde brillante. Su pelle blu. Dice di averne “le scatole piene, ma con eleganza” e tra i suoi # più conosciuti compaiono #santamoglie e #sardolicesimo (che ben raccontano il suo amore e il suo impegno civile per la Sardegna).

Si chiama Gianluigi Tiddia, ma in molti lo conoscono – grazie anche al suo account su X (ex Twitter) – come @insopportabile.

Forte dei suoi 142.697 follower, ma non solo, ha tutta l’autorità necessaria (in qualità di esperto di comunicazione social e di digital marketing soprattutto negli ambiti del turismo e della cultura) per analizzare quello che accade intorno a noi e commentarlo con quell’ironia tipica di chi è realistica e con uno sguardo critico e allo stesso tempo concreto. Qualche esempio? “Il problema non è Chiara Ferragni in sé ma Chiara Ferragni in noi”, “Twitter, mi sa che siamo ai titoli di coda. E ho il cuore spezzato” oppure “Mi ricordo di voi che ai balconi del lockdown eravate così mansueti e fiduciosi nel prossimo”.

Gianluigi, su Threads veleggi già verso i 5mila follower. Qual è la tua prima impressione di questo nuovo social? Pensi ci siano davvero delle analogie con il vecchio e amato Twitter?

I social network sono appunto network sociali, di persone collegati da strumenti. Ogni nuovo strumento è nulla senza le community e la difficoltà di trovare alternative a Twitter è stata quella del non potersi portare dietro la community aggregata intessuta con fatica e tempo negli anni. Oggi Thread, forte dei numeri di Instagram e dell’integrazione con Facebook riesce ad avere dei numeri interessanti. L’impressione è del Twitter dei primi tempi con la differenza che purtroppo noi non siamo quegli ingenui ed entusiasti di allora. Mi sento di dire però che è sempre meglio provare a socializzare con nuovi strumenti che rimanere alla finestra rimpiangendo un tempo che non ritornerà più. Perché Twitter/X era già in declino da parecchio insieme al resto della socialità digitale (e non solo quella).

Parli spesso di “disciplina della scrittura”, citando in questo quadro gli insegnamenti della sociolinguista Vera Gheno. In che modo ti approcci alle parole e a un testo sia online che offline, come fai per rendere il tuo pensiero immediato ai più?

Scrivo grazie agli stimoli che leggo, ascolto, vedo. Quegli stimoli si collegano a ciò che conosco e diventando pensiero provo a renderlo parole. La disciplina della scrittura nasce nel provare a rendere in poche parole un pensiero complesso senza privarlo del senso e grazie all’esempio e all’ispirazione di Vera (ma anche di Michela Murgia, faro di coerenza e cura della comunicazione) ho provato fin dai tempi dei 140 caratteri a raccontare ciò che mi colpisce. L’italiano (le lingue, in generale, anche il mio sardo) sono cariche di ricchezza e significato e noi ci priviamo di utilizzarle per arricchire il mondo anche di bellezza. Abbiamo a disposizione tutti i colori del mondo e spesso scriviamo in scala di grigi. Ed è un gran peccato privarsene, in un momento storico nel quale abbiamo a disposizione la conoscenza del mondo. Quando non conosciamo una parola, non ci viene un concetto, utilizziamo la tecnologia per arricchire il nostro linguaggio. Google, le AI, i libri anche i social servono a crescere come persone, come comunità, possibilmente nella bellezza.

Sei molto legato ai temi promossi dal progetto “Parole Ostili”, che nel suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, al secondo punto, recita “Si è ciò che si comunica”. Credi che sia un messaggio recepito davvero dagli avventori dei social dopo tanti anni?

La comunicazione è una necessità umana, a prescindere dallo strumento utilizzato. Ed è capacità che ha bisogno di tempo per essere acquisita, metabolizzata, raffinata. L’evoluzione del digitale (anche dell’accesso più o meno distorto dei media) ha accelerato tempi e modalità di fruizione e spesso non è per ignoranza ma per incapacità di comprensione di uno strumento che non si percepisce pienamente nella sua complessità e potenza. Le parole (e le frattaglie digitali che ci accompagnano, foto e video compresi) ci codificano e ci fanno percepire per quello che comunichiamo. E non avere piena consapevolezza di ciò che si comunica e delle conseguenze che questo può innescare è il vero problema di questi tempi.

Le parole scolpiscono mondi e feriscono le persone come anche le possono rendere felici e la scelta deve essere quindi necessariamente consapevole.

Perché lanciare parole a caso porta al caos.

Da buon artigiano della socialità digitale, ami tessere relazioni e creare forti network. Come vedi cambiare i legami tra le persone nell’onlife?

Parlo dei dieci anni dove le community hanno preso coscienza della potenza delle reti di persone ampliate e amplificate dalle piattaforme digitali, social network primi fra tutti. Tante relazioni pregiate e significative non le avrei mai intrecciate senza queste piattaforme ed è un grande privilegio averle vissute. Si è passati però negli ultimi tempi a una modalità più di certificazione della propria esistenza con la creazione di contenuti e la ricerca di una reazione (e apprezzamento) che alla volontà vera di relazione. Più una modalità passiva di emittenti di flussi che di interazione, di parla e non si ascolta, insomma. Negli ultimissimi tempi questo sistema sta un po’ crollando grazie alle crepe del post pandemia dove tutti abbiamo ricalibrato le nostre priorità verso una direzione più umana. Ci avviamo a una ulteriore evoluzione anche di comunicazione con l’avvento delle IA, delle realtà aumentate, del metaverso e della robotica. Siamo nell’onlife, lo saremo sempre di più, ma la differenza la faremo sempre noi nel scegliere quanto sia importante stringere relazioni non troppo intermediate da strumenti.

Essere umani ma soprattutto rimanerlo sta diventando complicato e faticoso, insomma, ma non dispero, anzi.

L’IA è tra noi, probabilmente più di quanto ci rendiamo conto. Come si può creare una vera educazione al digitale, in modo da rimanere sempre vigili di fronte a quello che vediamo, ascoltiamo o leggiamo?

La coscienza critica è la chiave e solo con una educazione civica prima e digitale insieme possiamo crescere cittadini del mondo consapevoli. È un problema di nazioni e di educazione e formazione non solo scolastica. È un problema di Pubblica Amministrazione che per missione dovrebbe andare incontro ai cittadini e addirittura essere talmente innovativa da anticipare i tempi e non rincorrerli come purtroppo (e con dolore) negli ultimi tempi si affanna a fare.

Ogni innovazione porta vantaggi accompagnati da inevitabili problemi ed è stupido privarsi della possibilità di migliorare i processi di una nazione per la paura di cambiare. Ma il cambiamento senza consapevolezza (che nasce dalla educazione alla trasformazione digitale che stiamo vivendo) è un cambiamento zoppo che non sarà al passo del mondo che non ci aspetta. Da cittadini però noi siamo chiamati a una presenza attiva nell’accogliere i cambiamenti studiando e provando a renderli vita quotidiana e contrastare ciò che è sbagliato, falso, violento. È responsabilità di tutti, sbagliato aspettare che qualcuno faccia qualcosa, siamo noi i primi a doverlo fare. Dobbiamo, perché è giusto farlo.

Nel settore turistico, che tu conosci bene, sembra ci sia molta voglia di digitale: cambiano i sistemi di accoglienza, si trasformano i servizi offerti, le recensioni on line e le/gli influencer condizionano le nostre mete e i nostri spostamenti. Come valuti questa metamorfosi?

Il turismo (settore economico tra i più insostenibili del pianeta) ha subito in circa 20 anni una rivoluzione epocale e ancora oggi è uno dei settori più dinamici nel cambiamento. La deformazione dell’esperienza degli ultimi tempiè dovuta in larga parte anche agli strumenti digitali ed ai social, che da strumento di conoscenza e ispirazione sono diventati strumento per amplificare l’evidenza delle scelte altrui. Un circolo autoreferenziale che porta alcune mete ed esperienze turistiche a diventare “imperdibili” in un devastante effetto pecora instragrammabile tanto da riflettere, quindi, su quanto sia da ritenere ancora turismo ciò che invece è ormai collezionismo di esperienze finalizzate a certificare l’album (digitale) della propria esistenza.

Vedo però una inversione di tendenza alla ricerca di ciò che ci gratifica nel viaggiare e diventare cittadini temporanei di comunità accoglienti anche nell’essere contaminate dai viaggiatori e non invase senza senso se non quello strettamente economico. Siamo in una nuova fase e il digitale può essere ciò che ci permetterà di scegliere il meglio e non il più popolare o lo sponsorizzato.

Un altro tema molto importante sempre nel campo del turismo è quello della sicurezza digitale, legata da un lato alle transazioni economiche dall’altro all’utilizzo dei nostri dati personali quindi alla nostra privacy. C’è attenzione su questi aspetti da parte degli operatori turistici?

C’è sempre stata tanta attenzione sui dati dei clienti più per questioni di concorrenza che di privacy però dall’avvento del GDPR e prima ancora delle piattaforme di Booking c’è estrema attenzione da parte degli operatori professionisti. Il turismo moderno però è anche tanto extra alberghiero (o alberghiero non professionale) che ha meno strumenti e conoscenza e su questi esistono eccome dei problemi di sicurezza. Torniamo sempre alla educazione digitale di base che non esiste e sarebbe urgente a tutti i livelli e per tutte le fasce d’età.

Non si parla mai abbastanza di etica, legata all’uso della tecnologia. Pensiamo ad esempio all’impatto ambientale delle infrastrutture digitali. Secondo te stanno cambiando i nostri modelli di business in un’ottica più green?

Onestamente vedo tanto greenwashing ma poca vera volontà di cambiare se non in linea con uno sviluppo economico accettabile. Per essere chiari si cambia solo se nel business plan ci saranno a medio e lungo termine dei profitti. Pensiamo ad esempio alla questione energetica dove nella mia Sardegna si deroga a qualunque norma ambientale per permettere di diventare la batteria d’Europa, questo senza nessuna ricaduta se non vincoli ambientali perpetui e smaltimenti incerti. Abbiamo visto quanto l’industrializzazione selvaggia del dopoguerra abbia permesso lo sviluppo delle nazioni al prezzo della devastazione ambientale e anche sociale ed economica della quale paghiamo ancora le conseguenze, alcune perenni. Provare a non avere la stessa fretta nel derogare per inseguire le necessità contingenti ma pianificare con intelligenza è urgente, vitale direi.

Ci consigli un libro incentrato su tecnologie e digitale, un testo da leggere in questo periodo di feste?

Sostenibilità digitale “Perché la sostenibilità non può prescindere dalla trasformazione digitale” di Stefano Epifani · 2020

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