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Le città italiane sempre più smart, ma i cittadini sanno davvero usare i servizi digitali?

città italiane sempre più smart

Una corsa alla digitalizzazione… ma per chi?

Negli ultimi anni sentiamo parlare spesso di città “smart”, intelligenti. Sensori per monitorare il traffico, app per prenotare servizi pubblici, portali online per fare tutto — o quasi — da casa. Milano, Bologna e Torino, ad esempio, sono tra le città che più hanno investito su questo fronte, provando a diventare veri laboratori urbani del futuro. Ma la domanda che in pochi si fanno è: i cittadini riescono davvero a usare questi strumenti?

Perché se da un lato la tecnologia avanza, dall’altro c’è chi resta indietro. E non per colpa sua.

Numeri in crescita, ma a due velocità nelle città italiane sempre più smart

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano, oggi quasi il 40% dei Comuni medio-grandi ha avviato almeno un progetto smart. Parliamo soprattutto di illuminazione pubblica intelligente, gestione dei rifiuti, mobilità sostenibile. Un mercato che vale oltre 900 milioni di euro e che potrebbe superare quota 1,6 miliardi entro il 2027.

Tutto molto promettente. Ma se si guarda meglio, emergono dei limiti: piccoli Comuni in affanno, progetti frammentati, mancanza di personale formato. Secondo lo stesso osservatorio, quasi la metà delle amministrazioni locali segnala la carenza di competenze interne per gestire l’innovazione.

I cittadini: connessi sì, ma ancora incerti

Guardando i dati ISTAT 2023, scopriamo che quasi l’80% degli italiani ha usato Internet negli ultimi tre mesi. Ma l’uso quotidiano si ferma al 67%. E il divario generazionale si fa sentire: gli over 65 navigano molto meno, e spesso con difficoltà.

E quando si parla di servizi pubblici digitali, il quadro si complica. Secondo Eurostat, solo il 55% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha usato i servizi online della PA nel 2024, contro una media europea del 70%. Un dato in calo rispetto all’anno precedente. Segno che non basta mettere online i servizi: bisogna renderli davvero accessibili, chiari, comprensibili.

SPID, CIE, PEC: strumenti utili, ma non per tutti

SPID ha superato i 39 milioni di identità digitali, la CIE continua a crescere, e molti servizi pubblici oggi sono disponibili anche tramite app. Ma chi non è abituato a usare questi strumenti si trova spesso in difficoltà. Troppe password, interfacce poco intuitive, mancanza di supporto. Il rischio? Che chi ha più bisogno dei servizi — anziani, fragili, persone meno alfabetizzate digitalmente — venga lasciato indietro.

Serve un cambio di passo

Le infrastrutture stanno migliorando: la rete ultra veloce FTTH ha raggiunto il 59%, il 5G si sta diffondendo. Ma la vera sfida non è tecnologica, è culturale. Serve formazione, assistenza, pazienza. Non si può pensare che tutti siano pronti a usare in autonomia strumenti complessi solo perché “ormai è tutto online”.

Un recente studio del Capgemini Research Institute lo dice chiaramente: i cittadini vogliono più servizi digitali, ma solo se davvero facili da usare, trasparenti e pensati per loro.

Conclusione

Le città italiane stanno diventando sempre più smart, è vero. Ma la vera innovazione sarà quando anche il cittadino più anziano o meno esperto riuscirà a usare un servizio online senza sentirsi spaesato. La tecnologia, se vuole davvero migliorare la qualità della vita, deve includere, non escludere.

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