Sempre più spesso, per un sintomo improvviso o un dubbio che preoccupa, si finisce per scrivere tutto in una chat con l’intelligenza artificiale. È comodo, veloce, e sembra anche riservato. Ma lo è davvero?
Inserire dati sanitari in IA sta diventando una prassi comune, anche se pochi si soffermano a pensare alle implicazioni. Nomi, patologie, farmaci, diagnosi: anche quando non vengono accompagnati da un’identità anagrafica, possono essere comunque tracciabili. Basta un insieme di dettagli per arrivare a ricostruire chi siamo, specie se l’informazione viene incrociata con altri dati – magari raccolti altrove, magari in momenti diversi.
Non è un tema astratto. Secondo il Garante per la Privacy, l’uso di questi dati da parte di strumenti automatizzati, anche quando avviene in modo apparentemente anonimo, comporta rischi reali per la tutela della persona. Il problema è che, quando scriviamo a un chatbot, raramente sappiamo dove finiscono le informazioni che stiamo fornendo. Vengono conservate? Riutilizzate per “addestrare” i modelli? Condivise con terzi?
E non tutte le piattaforme offrono le stesse garanzie. Alcune, per esempio, utilizzano le conversazioni per migliorare i propri servizi. Altre dichiarano di non farlo, ma la trasparenza non sempre è verificabile. In ogni caso, la prudenza è d’obbligo.
Inserire dati sanitari in IA non è come fare una ricerca su Google. È un’interazione che lascia tracce più profonde, soprattutto quando coinvolge informazioni personali e sensibili.
Il consiglio, quindi, è semplice: se si ha un dubbio di salute, è sempre meglio parlarne con un medico. E se proprio si sceglie di interrogare un’IA, evitare di fornire dettagli specifici o riconducibili alla propria storia clinica. Proteggere i dati sanitari in IA significa, oggi più che mai, proteggere se stessi.