Un’indagine Eurispes fotografa il lato oscuro dell’iperconnessione: mal di testa, ansia e difficoltà a disconnettersi dal lavoro colpiscono soprattutto dirigenti, liberi professionisti e giovani
Il digitale è ormai parte integrante della vita quotidiana degli italiani: lo smartphone viene usato regolarmente dal 94,3% della popolazione, il computer dal 65,2% e la Smart Tv dal 61,2%, con lo smartphone trasversale a tutte le generazioni e sopra il 95% di utilizzo fino ai 64 anni. È quanto emerge da un’indagine Eurispes su “Tecnologie digitali e salute mentale”, che restituisce un quadro ambivalente: strumenti percepiti come utili e ormai irrinunciabili, ma vissuti da una parte consistente della popolazione con automatismi, fatica e perdita di controllo.
Il dato più significativo riguarda proprio la percezione del problema: il 65,8% del campione giudica in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie, con punte del 41,9% tra i 18-24enni. Solo il 10,4% ha però cercato un aiuto professionale, mentre un altro 20,8% ci ha pensato senza farlo.
Un capitolo rilevante dell’indagine riguarda il lavoro. Per il 48,2% degli intervistati l’attività professionale richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, e la tecnologia estende ormai l’orario lavorativo ben oltre i suoi confini: il 77,3% controlla email o messaggi fuori orario, il 75,2% risponde durante il tempo libero e il 68,1% anche in ferie. Il 71,1% si è sentito obbligato a rispondere immediatamente e il 72,9% ha avuto difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro, con punte più alte tra dirigenti, quadri e liberi professionisti.
Questa reperibilità continua si traduce in sintomi concreti: il 68,6% degli intervistati ha sperimentato negli ultimi sei mesi mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi legati all’uso delle tecnologie professionali, e la percentuale sale all’85% tra chi ne fa un uso lavorativo sempre intensivo. A pesare non è solo il tempo impiegato, ma la complessità stessa degli strumenti: oltre un terzo del campione si sente appesantito dal numero di piattaforme da gestire o fatica a stare al passo con gli aggiornamenti.
Se il lavoro genera tecnostress negli adulti, tra i più giovani il disagio assume altre forme. Tra i 18-24enni il 97,7% pubblica contenuti o messaggi sui social, ma quote altrettanto alte scorrono contenuti senza interagire o osservano profili altrui passivamente. La stessa fascia d’età riporta i livelli più alti di esperienze negative online e le conseguenze più marcate su benessere emotivo e autostima. Comportamenti compulsivi come l’uso prolungato oltre le intenzioni o l’ansia da batteria scarica coinvolgono la maggioranza della popolazione, con punte quasi generalizzate tra i giovani adulti.
Nonostante la diffusa consapevolezza dei rischi, le strategie di autoregolazione restano poco praticate: solo il 12,7% ha adottato misure concrete per limitare l’uso della tecnologia, mentre il 56,9% ritiene di non averne bisogno. Per l’Eurispes, la sfida non è arginare la diffusione del digitale, ormai strutturale nella vita privata come in quella lavorativa, ma governarne l’impatto attraverso una maggiore trasparenza degli algoritmi, un diritto alla disconnessione più tutelato e un’educazione diffusa all’uso consapevole.