Qualche settimana fa, in una mossa che ha scatenato un acceso dibattito pubblico, WhatsApp ha annunciato una riduzione dell’età minima per i suoi utenti. I più giovani, dai 13 anni in poi, avranno l’opportunità di iscriversi e utilizzare il popolare servizio di messaggistica, una decisione che non è passata inosservata tra genitori, educatori ed esperti di sicurezza digitale. Abbassare l’età minima per l’iscrizione a WhatsApp può essere vista sotto diverse luci. Da un lato, la società – ovviamente – sostiene che in un’era digitale sempre più precoce, i giovani necessitano di strumenti di comunicazione che rispecchino le loro esigenze e capacità. Inoltre, si argomenta che l’accesso a piattaforme come WhatsApp può favorire lo sviluppo di competenze digitali essenziali e offrire nuove opportunità di apprendimento e socializzazione. Dall’altro lato, questa decisione solleva legittime preoccupazioni riguardo alla sicurezza e al benessere dei più giovani in rete; esperti di cybersecurity evidenziano i diversi rischi. Inoltre, vi è il timore che una maggiore presenza online possa incidere negativamente sullo sviluppo sociale ed emotivo dei bambini, oltre a distoglierli da attività fisiche e interazioni faccia a faccia.
A scuola di Educazione Digitale
La chiave per navigare questa nuova realtà sembra risiedere nell’equilibrio tra accesso alle tecnologie e supervisione adulta. È fondamentale che genitori e tutori siano attivamente coinvolti nell’esperienza online dei più giovani, fornendo linee guida chiare sull’uso responsabile di WhatsApp e altri strumenti digitali. Altrettanto cruciale è l’investimento in programmi di educazione digitale che equipaggino i ragazzi con le competenze necessarie per riconoscere e affrontare i rischi online. L’abbassamento dell’età minima per l’uso di WhatsApp pone questioni importanti sul ruolo della tecnologia nella vita dei più giovani; l’introduzione al mondo digitale deve poter essere sicura, positiva e arricchente.
Cosa manca?
La fotografia che ci si presenta davanti – lo abbiamo scritto e ripetuto più volte – non è ancora del tutto rassicurante. Ma stiamo affrontando quella che si può benissimo definire una questione culturale. Trovare il giusto equilibrio tra proteggere e far volare non è la cosa più facile per chi è genitore e ha il compito di educare. Vi è, inoltre, dalle ultime osservazioni, una tendenza molto chiara: la Gen Z e la Gen Alpha stanno sviluppando un modo diverso dell’uso dei dispositivi mobili: si fa timidamente avanti l’idea di rompere qualsiasi tipo di dipendenza dallo smartphone. Al momento non sembra un fenomeno rilevante, ma la Gen Z, ad esempio, trova modi e tempi per un ritorno al passato; sia nell’uso di dispositivi mobili non “smart” sia nel recupero di oggetti vintage per il tempo libero, sia attraverso la partecipazione ad eventi il cui requisito è essere offline. E questo desiderio arriva proprio quando le frontiere dell’Intelligenza Artificiale si stanno aprendo a nuove ed ulteriori sfide. Cosa può fare, quindi, la Gen X al momento? Abbandonare ogni forma paternalistica di approccio all’educazione digitale.
Sorveglianza e libertà di crescere
Fernand Léger, pittore, nel 1932 scriveva: <<il ne faut jamais en vouloir à la lacomotive qui, en passant à 100 à l’heur, fait evoler votre chapeau>>. In pratica, perché incolpare la locomotiva che passa a 100 all’ora per il cappello che vola e cade a terra? Il digitale non può e non deve essere demonizzato (e a tal proposito, è oltremodo interessante leggere il saggio di Giuseppe Lupo, “La modernità malintesa” il cui primo capitolo si apre proprio con il sopraccitato Léger). La velocità con la quale abbiamo viaggiato in questi ultimi 15 anni ci ha catapultati in una “quotidianità digitale”, sicuramente, di difficile gestione. Ma il ritorno al passato, seppure romantico, non può essere la soluzione per mandare avanti il mondo e le nuove generazioni. Certo è che quando trattasi di minori, i genitori devono attivare qualche antenna in più. Ed è un buon segnale che si sia sollevata la comunità degli educatori alla notizia dell’abbassamento dell’età per l’accesso a WhatsApp. Se le chat di messagistica sono uno strumento, da una parte, per mantenere relazioni, contatti di scuola, restare connessi e trovare compagnia; dall’altra sappiamo bene che possono essere una porta aperta verso il pericolo, cyberbullismo, pedopornografia, violenza, ecc.
Le vie di mezzo, molto spesso, sono quelle che ci mantengono in equilibrio. Non fermeremo il digitale, le nuove tecnologie e il progresso. Adattarsi responsabilmente, cercando di affiancare – sospendendo ogni forma di giudizio – i più giovani, probabilmente può diventare la strada giusta per capire qualcosa in più sul cappello che vola via…