Le aziende pubbliche di igiene urbana, cioè quelle imprese che hanno come primari compiti istituzionali la raccolta dei nostri scarti e la pulizia delle nostre città, gestiscono quelli che storicamente vengono chiamati “rifiuti”. Il concetto arriva dal vecchio modello dissipativo, della serie “raccogli & nascondi”. Con l’affermarsi del concetto di “sostenibilità ambientale” e consumo responsabile, ci siamo accorti definitivamente che questi materiali, anziché essere dispersi sotto terra, hanno un notevole valore e possono essere valorizzati come “materie prime seconde”. Magari sostituendo parte delle materie prime nei processi produttivi.
Tutto bene? Macchè!
I proprietari di queste aziende di pubblico servizio, cioè i sindaci, fanno a gara nell’appuntarsi al petto le medagliette che riportano la percentuale di raccolta differenziata raggiunta nel proprio territorio. L’obiettivo per molti primi cittadini – per fortuna non per tutti! – sembra ancora e unicamente il mezzo ( la raccolta differenziata dei rifiuti) scambiata con il fine ( il riciclo di materia). Ma il primo impegno (dei cittadini e delle imprese pubbliche) è nullo se non ci sono destinazioni industriali di riciclo. Raccogliere i materiali usati a “mucchietti” o tutti insieme è la stessa cosa se non alimentiamo la loro re-immissione nel mercato.
Nelle pubbliche amministrazioni sarebbe obbligatorio scegliere “quei prodotti e servizi che hanno un minore, oppure un ridotto, effetto sulla salute umana e sull’ambiente rispetto ad altri prodotti e servizi utilizzati allo stesso scopo”, quindi con ridotto impatto ambientale. Queste norme sugli “acquisiti verdi” non sono nemmeno conosciute a gran parte dei primi cittadini, se è vero- come è vero – che gran parte dei loro “economati” , cioè coloro che guidano parte del “settore acquisti “ delle P.A. continuano a comprare beni secondo “prassi consolidate” (forse servirebbe un po’ di ricambio anche tra gli economi…).
Le eccezioni ci sono e proprio la Toscana è stata la prima regione ad affermare la volontà di incentivare economicamente gli acquisti verdi per alcuni materiali (plastiche e vetro). Ma l’idea è rimasta praticamente una goccia nel deserto. Sui social media si è pure aperto un dibattito su come allargare e diffondere le buone pratiche legate ai GPP (green public procurement, gli “acquisti verdi”, appunto) ma il livello di confronto è sembrato più una discussione tra carbonari che altro…con completa assenza dei responsabili dei settori pubblici degli acquisti (eppure i tweet e i like delle PA spesso sono legati al “problema rifiuti”, ma lì evidentemente si fermano!). Peraltro, all’affermarsi sempre più deciso dello “shopping on line” dovrebbe corrispondere una “etichetta della sostenibilità” controllata e validata (ma forse è chiedere troppo) dei prodotti venduti ( già nella fase della proposta questo dovrebbe essere possibile).
A questo punto solo le norme UE ci porteranno definitivamente a considerare quello che conta. Nello specifico: la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti? Valore astratto: quello che conta è quanto è stato “riciclato” e quindi realmente re-immesso nel sistema produttivo come materie sostitutive.
Il resto è passato remoto…..