“Spostare l’attenzione sulla filiera del riciclo e non sulla raccolta differenziata”: questo il filo conduttore degli Stati Generali della green economy in svolgimento ad Ecomondo a Rimini.
L’obiettivo degli stati europei è riciclare il 50% di quanto separiamo dai nostri rifiuti entro il 2020. Per far questo, già oggi in Italia operano 1400 aziende, che dalla raccolta differenziata, alla separazione, al trattamento, permettono di re-immettere nel sistema produttivo materie prime seconde in sostituzione di materie prime vergini. Secondo i dati contenuti nel Rapporto di Sostenibilità redatto da Conai (il Consorzio Nazionale Imballaggi), il fatturato dell’industria italiana legata alla lunga filiera del riciclaggio è oggi di 9,5 miliardi di euro, con circa 37.000 addetti. Numeri ed occupazione che possono più che triplicarsi nei prossimi 5 anni, aprendo al settore dei flussi di materia della green economy spazi notevoli e nuove professioni. Secondo Filippo Bernocchi, delegato Anci per energia e rifiuti ( è l’associazione dei comuni che sottoscrive gli accordi che regolano i rapporti economici con Conai, il sistema consortile delle singole filiere) “….nella UE a 28 paesi raggiungere l’obiettivo del 50% di riciclo significa creare 875.000 posti di lavoro; solo con il riciclo degli imballaggi si risparmiano 2,2 miliardi di euro di energia”.
La valorizzazione delle materie prime seconde (di fatto non parliamo più di rifiuti, con connotazione di disvalore, ma di risorse) è uno dei due settori (l’altro è sui flussi di energia legato alle rinnovabili) che possono realmente essere il tessuto connettivo di un nuovo modo di fare impresa, di generare consumi più consapevoli, di realizzare benessere attraverso un sistema molto meno dissipativo del modello fordista che abbiamo conosciuto fino ad oggi, avendo come contropartita anche un’attenzione completamente nuova alla sostenibilità ambientale. La strada non è semplice e non è scontata: servono investimenti per fare ricerca, scouting di prodotto e servizio, un percorso che permetta di arrivare a realizzare manufatti e prodotti completamente diversi in termini di costi ambientali e industriali. L’importante è non fermarsi alla prima fermata, riguardante il mezzo ( la raccolta differenziata) ma proseguire con tenacia e conoscenze verso il fine (il riciclo di materia).
Questi argomenti sono ancora poco seguiti sui social media, dove storicamente (e giustamente) l’approccio principale è legato alle ricadute ambientali in conseguenza dei nostri comportamenti e delle nostre scelte. Essere consapevoli che possiamo legare la sostenibilità ambientale a nuove forme di produzione e quindi di occupazione può diventare strategico, liberandoci da una tecnologia “virtuale” che pur avendo grandi potenzialità, troppo spesso guarda al proprio ombelico quale “scorciatoia imprenditoriale che può snobbare la realtà”. Sarebbe molto più utile scambiare impressioni e suggerimenti su prodotti realizzati partendo da materie seconde, sul loro costo, sulla loro qualità, sulla loro ecosostenibilità reale. Perchè solo la diffusione può garantire l’economia di scala indispensabile a recuperare i costi sostenuti nella ricerca e nella progettazione.