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La PA può ancora diventare un luogo seducente per i giovani

Nel cuore del sistema lavorativo italiano, la Pubblica Amministrazione (PA) si trova a un bivio cruciale. Deve evolversi velocemente per attrarre e/o trattenere i giovani. Deve capitalizzare quell’abbrivio maturato nel tempo pandemico; quel fervente respiro verso le possibili alte vette di un servizio pubblico veloce, omogeneo, innovativo, efficiente.

Fare di necessità virtù. E la PA, ce lo siamo detti a più riprese, è riuscita ad arrivare nei mesi di confinamento dove non avremmo mai immaginato vederla arrivare: velocemente al fianco dei cittadini, delle persone, senza se e senza ma.

Ma come, oggi, i giovani vedono la PA?

Ancora come un colosso statico, lento a muoversi. Ma come un gigante addormentato, la PA ha in sé tutto il potenziale per svegliarsi e abbracciare il cambiamento. Salutiamo, a proposito di cambiamenti, con favore, ad esempio, le ultime novità introdotte sullo smartworking. Un passo nella giusta direzione: creare un ambiente che favorisca il work-life balance non è solo un beneficio per i giovani, ma un invito a partecipare ad un sistema che dovrebbe premiare il merito e l’iniziativa. Sul merito, in conclusione, una breve riflessione.

Ad ogni modo, la PA, può trasformarsi in un agile innovatore, anticipando il cambiamento piuttosto che seguirlo e attrarre i giovani? Sì, con qualche aggiustamento:

  • reclutamento: il cammino per rendere la PA attraente per i giovani passa prima di tutto attraverso la semplificazione dei processi di reclutamento e l’adozione di strutture organizzative flessibili. È tempo di abbattere le barriere che frenano la crescita e di promuovere una cultura che valorizzi la creatività e l’iniziativa.
  • Competere con il Privato: la PA deve posizionarsi non solo come un’alternativa al settore privato, ma come una scelta di carriera desiderabile, valorizzando l’unicità del servizio pubblico. Offrire feedback regolari, formazione continua, coinvolgere i giovani nei processi decisionali.
  • Flessibilità: la rigidità delle strutture organizzative nella PA rappresenta un ulteriore ostacolo. La mancanza di flessibilità nei ruoli e nelle responsabilità può limitare le aspirazioni di crescita professionale dei giovani, che cercano opportunità di sviluppo e progressione di carriera. 
  • Stipendi: renderli più competitivi rispetto al settore privato, ma soprattutto adeguati al tipo di responsabilità e lavoro; retribuzione equa e competitiva, insieme a benefit di diverso genere mirati ad una sostenibilità delle scelte quotidiane per la vita privata.
  • Progetti di servizio civile: un modo per i giovani di contribuire attivamente alla propria comunità, acquisendo esperienza, offrendo nuove idee e nuovi impulsi in ambienti di lavoro poco dinamici e fortemente ancorati alle “solite abitudini”. Nei piccoli comuni sono, molto spesso, i progetti che riescono ad innovare i servizi e gli uffici in modo veloce e inaspettato con un forte contenimento dei costi.
  • Potenziare le opportunità di crescita professionale: creare percorsi di carriera chiari e opportunità di sviluppo professionale attraverso la formazione continua.

La PA non è più quella, nel secolo breve, del posto fisso ma può essere considerata, oggi, come un’opzione valida e desiderabile solo attraverso un impegno serio e coerente, senza falsa retorica sui giovani e sul futuro. Nel futuro prossimo dello Stato Intelligente, la PA non può restare ferma ad aspettare il cambiamento. I giovani, cresciuti in un’era di rapide innovazioni tecnologiche e cambiamenti dinamici, i cosiddetti nativi digitali, ora immersi nelle potenzialità dell’intelligenza artificiale non possono ritrovarsi dentro uffici che usano ancora la carta per catalogare libri o per lavorare le istanze dei cittadini. Vivere in contesti di lavoro che abbiano un impatto positivo nella società, dove la sostenibilità ambientale e sociale siano valori e scelte, può favorire la permanenza o l’arrivo di molti giovani. Ma è nel dialogo tra generazione che lo scambio più proficuo può avvenire anche dentro una PA e può permettere l’osmosi delle competenze.

E del merito che ce ne facciamo?

Qui il discorso è più complesso, e non può rimanere poco più di uno slogan. Occorre un rinnovamento culturale profondo che garantisca pari opportunità e inclusione, evitando che il concetto di merito diventi un alibi per disuguaglianze. Perché la relazione tra merito e pari opportunità è ancora molto complessa nel nostro Paese, nasconde profonde insidie non affrontate seriamente nel dibattito sulla giustizia sociale. I rischi di una visione distorta, sul merito, sono ancora alti: in assenza di pari opportunità, il concetto di merito può essere utilizzato per giustificare disuguaglianze e discriminazioni. C’è ancora molto da fare. Ma la strada intrapresa fa ben sperare.

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