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Mediaset, prima causa contro Perplexity in Italia: cosa cambia per l’AI generativa

Mediaset Perplexity causa

Mediaset avvia una causa civile contro Perplexity in Italia per presunte violazioni di copyright: al centro l’uso dei contenuti per addestrare l’AI

RTI e Medusa Film, società del gruppo Mediaset, hanno avviato un’azione civile contro Perplexity AI davanti al Tribunale di Roma. Si tratta, secondo il gruppo, della prima causa in Italia che contesta a un sistema di intelligenza artificiale generativa la violazione del diritto d’autore.  

Al centro del ricorso c’è l’accusa che Perplexity abbia sfruttato senza autorizzazione numerosi contenuti televisivi e cinematografici del gruppo per addestrare i propri algoritmi. Un utilizzo che, per RTI e Medusa, trasformerebbe gli archivi editoriali in un serbatoio di dati gratuito, aggirando licenze e compensi ai titolari dei diritti.  

Le società chiedono al giudice di dichiarare illecito questo comportamento, di bloccare ogni ulteriore uso non autorizzato dei contenuti e di riconoscere un risarcimento dei danni. Nel ricorso viene inoltre proposta una penale giornaliera in caso di nuove violazioni, per scoraggiare un eventuale proseguimento delle attività contestate.  

Lo scontro apre un nuovo fronte nel dibattito sul rapporto tra grandi modelli di AI e industrie dei contenuti, già acceso in altri Paesi. Le aziende, infatti, accusano il motore di ricerca conversazionale di aver “studiato” i loro programmi senza aver prima chiesto il permesso. In pratica, frammenti di film, serie e show televisivi verrebbero trasformati in numeri e pattern, che gli algoritmi usano per generare risposte e riassunti.

Perché la causa Mediaset contro Perplexity riguarda tutti gli utenti

La causa Mediaset contro Perplexity non è solo un affare tra grandi gruppi media e una startup tecnologica internazionale. Le decisioni dei giudici potrebbero influenzare il modo in cui in futuro verranno creati assistenti digitali, motori di ricerca avanzati e chatbot per il grande pubblico.

Uno degli interrogativi chiave è se sia lecito usare in massa opere protette da copyright per addestrare l’AI senza accordi espliciti con editori e produttori. Un altro nodo riguarda la trasparenza: oggi spesso gli utenti non sanno su quali dati siano stati costruiti gli strumenti digitali che usano ogni giorno.

Nel frattempo, realtà come Mediaset hanno iniziato a inserire avvisi chiari sui propri siti, vietando l’utilizzo dei contenuti per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa e di tecniche automatizzate di data scraping.  Si tratta di un segnale politico oltre che legale, con cui gli editori rivendicano il controllo sulle proprie opere nel mercato digitale.  

Per gli utenti, la vicenda è l’occasione per interrogarsi su come funzionano davvero i servizi “intelligenti” che usiamo per informarci o lavorare. Sapere da dove arrivano i dati e chi ne trae profitto diventerà sempre più importante per esercitare i propri diritti digitali e chiedere regole chiare nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.

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