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Transizione verde e infrastrutture digitali: a che punto siamo?

Green

Nel 2026 la transizione verde e quella digitale in Italia non sono più due dossier paralleli, ma un’unica partita che si gioca su infrastrutture di rete, data center e politiche industriali in grado di tenere insieme decarbonizzazione, competitività e qualità dei servizi pubblici e privati. Il punto è che il Paese ha colmato parte del ritardo sulla connettività e sulla digitalizzazione della PA, ma si trova ora davanti al nodo più difficile: fare in modo che gigabit, cloud e IA non diventino un nuovo fattore di pressione energetica e ambientale, ma un acceleratore della transizione ecologica.

Il PNRR è stato il principale cantiere di questa trasformazione, con una missione dedicata al digitale da 41 miliardi e un totale di circa 49 miliardi se si considerano anche le misure distribuite sulle altre missioni, pari al 30% di tutte le risorse europee destinate al digitale: una scelta che colloca l’Italia ai primi posti in Europa per impegno finanziario, seconda solo alla Spagna. A fine 2024 il 56% di milestone e target digitali risulta già centrato e l’Italia è tra i Paesi più avanzati nell’attuazione dei progetti, ma resta ancora circa il 30% degli obiettivi da completare entro giugno 2026, con 53 traguardi da raggiungere in un anno e mezzo scarso. È una corsa contro il tempo che non riguarda solo la quantità di fondi spesi, bensì la capacità di trasformare voucher, bandi e piattaforme in servizi usati dai cittadini e in infrastrutture resilienti dal punto di vista ambientale.

Sul fronte delle reti fisse, la bussola resta il Piano Italia a 1 Giga, che punta a garantire entro il 2026 una connessione ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload su tutto il territorio nazionale, anticipando di quattro anni l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Infratel ha aggiornato la mappatura civico per civico, chiedendo agli operatori di dichiarare i piani di copertura fino al 30 aprile 2026, e gli scenari al 2026 prevedono che oltre il 70% dei civici possa accedere, anche senza FWA, a velocità superiori ai 300 Mbps, con una significativa riduzione delle aree bianche dove oggi la banda ultralarga è assente. Dietro quelle percentuali ci sono scelte molto concrete per la transizione verde: portare fibra e 5G anche nelle aree interne significa abilitare smart working stabile, telemedicina, agricoltura di precisione e gestione intelligente delle reti energetiche, riducendo spostamenti e sprechi, ma implica anche nuovi consumi energetici e necessità di pianificare in modo ordinato l’installazione di antenne, dorsali e stazioni radio.

Il secondo pilastro è l’infrastruttura cloud pubblica, dove la migrazione verso il Polo Strategico Nazionale sta procedendo più velocemente del previsto: oltre 600 amministrazioni hanno già trasferito dati e applicativi verso il PSN e sono stati superati con largo anticipo i 280 enti migrati che costituivano il target minimo fissato per giugno 2026, mentre più di 13.000 enti hanno presentato un piano di migrazione e oltre 8.000 lo hanno completato. La promessa, dal punto di vista della sostenibilità, è chiara: concentrare i carichi su quattro data center nazionali ad alta efficienza, certificati secondo gli standard più avanzati (Uptime Institute Tier IV, ANSI/TIA 942 Rating 4, ISO 50001, ISO 14001, certificazioni LEED) consente di dismettere centinaia di piccoli data center obsoleti, ridurre consumi, razionalizzare la spesa pubblica e liberare risorse per nuovi servizi digitali. Ma proprio la crescita della data economy italiana e lo sviluppo di infrastrutture “AI-ready” rende la questione energetica dei data center uno dei nodi più critici della transizione sostenibile: l’espansione del cloud e dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di energia elettrica e impone una progettazione integrata che includa rinnovabili on site, sistemi di accumulo e interconnessioni in fibra a bassa latenza, altrimenti il digitale rischia di spostare, più che ridurre, l’impronta climatica complessiva.

La convergenza tra green e digitale passa infine per le politiche di lungo periodo su competenze e investimenti, che dovranno reggere l’onda d’urto della fine del PNRR. Da un lato, il Piano operativo 2023‑2026 per le competenze digitali indica le azioni di sistema per colmare il gap di skill nella cittadinanza, nella PA e nelle imprese, condizione necessaria perché connettività gigabit e piattaforme cloud abilitino davvero soluzioni di efficienza energetica, dall’industria 4.0 alle smart city. Dall’altro lato, la riduzione fisiologica delle risorse straordinarie dopo il 2026 costringerà a usare con intelligenza il “tesoretto” di circa 800 milioni di euro non spesi dagli enti locali e i fondi strutturali regionali, poco più di 2 miliardi per il digitale, per non interrompere progetti critici e per sostenere il passaggio da sperimentazioni isolate a politiche industriali e territoriali stabili, capaci di integrare efficienza energetica, infrastrutture digitali e innovazione d’impresa. In questo equilibrio sottile si misurerà il vero stato della transizione verde e delle infrastrutture digitali in Italia nel 2026: non solo nella percentuale di cantieri chiusi, ma nella capacità di tenere insieme gigabit e kilowatt, sovranità dei dati ed equità sociale, in un contesto europeo che spinge verso un modello di sviluppo sempre più data‑driven e, al tempo stesso, climaticamente responsabile

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