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Buono per incartare il pesce: il romanzo d’esordio del giornalista Willy Labor

Buono per incartare il pesce

Questo mestiere diventa ogni giorno peggiore. Adesso non vengono a protestare i politici ma mandano i parenti, così possono far finta di non sapere nulla”.

Parola di Gianni Crevatin, giornalista triestino del “Nuovo”, scapolo e vicino ai 40, protagonista di “Buono per incartare il pesce” il romanzo d’esordio recentemente uscito per Castelvecchi dalla penna e dall’immaginario di Willy Labor, giornalista professionista romano che ha lavorato a lungo per l’Agi come caposervizio economia e redattore parlamentare.

Il personaggio ci fa entrare in punta di piedi in un mondo considerato “affascinante” nell’immaginario collettivo e spesso sotto la lente d’ingrandimento della società: grazie a uno scoop, ottenuto senza troppi scrupoli, Crevatin diventa famoso e cambia la propria vita: “In tanti anni di professione non si era mai sentito, e non era mai stato, un esempio da imitare. Piuttosto, un lupo solitario da ammirare eventualmente da lontano. Per molti anni, i primi della sua carriera, essere al centro dell’attenzione non lo interessava. Anzi gli provocava un certo fastidio. Gli altri dovevano accontentarsi di ciò che scriveva e non intendeva dare nulla di più”.

L’opera narrativa pone molte questioni etiche sul tavolo: come svolgere consapevolmente il mestiere del giornalista? Quali limiti non superare? Come gestire la propria umanità e il proprio potere? E poi pone un dubbio identitario: che ruolo ha ancora il giornalista? Che parte ha la coscienza in questo mestiere? Per svolgere il proprio compito, i giornalisti devono essere anche degli sciacalli (“hai una bella penna e un’ottima tecnica per infangare le persone”)? Insomma, le vere domande a cui il racconto cerca di dare una risposta sembrano essere: a cosa servono i giornali? Davvero solo a incartare il pesce il giorno dopo?

Non pensavo che il mio lavoro avrebbe avuto conseguenze così importanti. Di solito si scrive, si hanno elogi, o critiche. A volte smentite. Ma finisce tutto lì. Il giornale dura ventiquattro ore, spesso anche meno” analizza il protagonista, indagando un sistema informativo in cui il giornalista è “solo” parte di un ingranaggio e allargando le sue perplessità a un mondo intero in cui i numeri delle copie vendute cartacee crollano di giorno in giorno, nonostante un modus operandi in cui vince chi urla più forte, polarizzando punti di vista e interpretazioni.

In definitiva, un giornalista da solo può cambiare le cose?

La speranza dell’autore – oggi responsabile della comunicazione e dell’ufficio stampa di Unioncamere, l’Unione delle Camere di commercio italiane – per il futuro del giornalista triestino e forse anche per tanti altri colleghi che ogni giorno affrontano casi di cronaca politica, economica o giudiziaria sembra essere affidata alle parole del padre di Crevatin, Vincenzo: “Figlio mio, ho pregato il Signore perché ti aiuti sempre a scoprire la verità sui fatti e sui drammi degli uomini, a pensare la verità, a scrivere la verità da te conosciuta senza compromessi, senza corruzioni e, se occorre, pagando di persona”. Un augurio, quasi una preghiera che suona come un vero e proprio imperativo morale, di kantiana memoria.

Come dovrebbe essere allora un buon giornalista? Deve saper fare squadra, non deve essere troppo concentrato sul proprio ego, non deve essere cinico, ma vivace e fantasioso. E poi deve scrivere cose vere e verificate. Deve scrivere quello che vede, quello che capisce e, a volte, anche quello che non capisce. Deve avere il senso della notizia, una “buona capacità relazionale per rendersi simpatico e affidabile” e “farsi dare le notizie dalle fonti, e aver voglia di lavorare, che quella serve in tutti i lavori”. Un identikit per preciso, calzante anche da un punto di vista deontologico.

Sullo sfondo del romanzo c’è anche un reportage inatteso in Vietnam e un incontro con una giovane donna, Beatrice, figlia del suo editore: una ragazza “tanto bella quanto brusca” con dieci anni meno di lui che avrà il merito di scuotere la sua anima con i suoi modi “spicci” e di porlo di fronte a nuovi interrogativi sia professionali che personali. Un incontro che aprirà il cuore all’ex cinico Crevatin e che alla fine gli fa ammettere che “i giornalisti hanno il compito di spiegare cosa accade alle persone ed eventualmente commentarlo senza guardare in faccia a nessuno. La gente ha bisogno di punti di riferimento e, soprattutto, di punti di riferimento super partes di cui fidarsi. Altrimenti vedrai che alla lunga, non avrà più fiducia nei giornali e smetterà di comprarli”.

E il buon Crevatin oltre a grandi proclami, mette in atto le sue parole. Diventa autentico, anticonformista e coraggioso. Probabilmente anche grazie a Beatrice, guida dai richiami danteschi in grado di accompagnarlo verso una sua tutta personale redenzione.

Un libro delicato e autorevole, quasi d’altri tempi e contemporaneamente molto attuale. Un romanzo che evoca le parole di Indro Montanelli “Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”.

Willy Labor, Buono per incartare il pesce, Castelvecchi editore, 2025, 105 pp.

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