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Come è cambiata la PA dagli anni ’90 ad oggi

Sono entrato nella pubblica amministrazione nel 1990. Tanti anni, ma a pensarci bene non troppi. Da allora a oggi, il profilo del pubblico dipendente in Italia ha subito una trasformazione profonda, influenzata dalle riforme amministrative, dai progressi tecnologici, dalle nuove esigenze della società e dalle trasformazioni economiche.

Uno dei primi cambiamenti rilevanti riguarda il quadro normativo e gestionale. Le riforme degli anni ’90 e 2000, hanno introdotto concetti chiave come l’efficienza, la trasparenza e la meritocrazia. L’obiettivo era rendere la gestione del lavoro pubblico più simile a quella del settore privato, superando anche il vecchio sistema giuridico a favore di una contrattualizzazione del lavoro, propria del modello privatistico.

Parallelamente, si è puntato sulla responsabilità individuale: i dipendenti pubblici sono ora soggetti a valutazioni sulla performance, anche se l’efficacia di tali strumenti è stata spesso oggetto di dibattito.

Dal punto di vista demografico, il pubblico impiego ha subito altre trasformazioni significative. A causa dei limiti alle nuove assunzioni e dell’aumento dell’età pensionabile, la forza lavoro è mediamente più anziana rispetto al passato. Questo invecchiamento è stato accompagnato da un minor ricambio generazionale, poiché la scarsità di concorsi ha ridotto l’ingresso di giovani, con conseguente rallentamento nell’introduzione di nuove e moderne competenze.

È cresciuta la presenza femminile, soprattutto in settori come la sanità, l’istruzione e l’amministrazione, a conferma di un importante cambiamento sociale.

Un altro elemento di svolta è rappresentato dall’impatto della tecnologia. La digitalizzazione ha modificato profondamente molte mansioni, semplificando le attività burocratiche e riducendo il lavoro manuale. Tuttavia, questa evoluzione non è stata uniforme: alcune amministrazioni hanno abbracciato rapidamente il cambiamento, mentre altre sono rimaste indietro, evidenziando un diverso significativo nelle competenze digitali.

La pandemia da COVID-19 ha poi dato un ulteriore impulso alla adozione del digitale, portando all’adozione dello smart working su larga scala e costringendo i dipendenti a familiarizzare con nuovi strumenti e modalità operative.

In parallelo, sono cambiate anche le competenze richieste ai dipendenti pubblici.

Rispetto al passato, oggi è fondamentale possedere conoscenze tecnologiche, linguistiche e gestionali. Per rispondere a queste nuove esigenze, la formazione continua è diventata cruciale, anche se gli investimenti in questo campo variano molto tra i diversi enti pubblici.

Anche le mansioni svolte dai dipendenti pubblici sono cambiate.

L’automazione di molte attività ripetitive ha permesso di concentrare gli sforzi su compiti più complessi e strategici, come la progettazione e la risoluzione di problemi. Al tempo stesso, si è data maggiore attenzione alla qualità del servizio e alla soddisfazione degli utenti, anche se alcune aree restano ancora caratterizzate da inefficienze.

Infine, sono emerse nuove dinamiche legate alle motivazioni personali e alla percezione sociale del pubblico impiego. Le condizioni economiche meno favorevoli rispetto al passato e l’aumento dei carichi di lavoro hanno reso il lavoro pubblico meno attraente, pur mantenendo la fama di “posto sicuro”.

Inoltre, nonostante i progressi in termini di produttività e professionalità, lo stereotipo del “fannullone” è ancora diffuso nella percezione collettiva. Molto probabilmente ciò dipende anche dalla cattiva capacità della pubblica amministrazione di comunicare il “buono “della propria attività e dalla difficoltà nel gestire l’utenza in maniera diretta e senza nascondersi nel “palazzo”.

I social hanno contribuito a rompere la barriera, e anche grazie a queste piattaforme molto è cambiato dagli anni ’90. Ma la percezione è che ancora molto c’è da fare, perché non tutte le Regioni d’talia sono uguali e non tutti gli utenti hanno le stesse possibilità e conoscenze.

Colmare il divario, questo il ruolo fondamentale che la pubblica amministrazione è chiamata a coprire da qui al 2030.

Di Michele Troianiello

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Una risposta

  1. Ciao Michele, ho letto con interesse il tuo articolo che condivido in pieno. Nella PA sono entrato nel 1973, preistoria, e ho vissuto ancora più passaggi di quelli che hai evidenziato. Tuttavia, duole dirlo, lo stereotipo del “pubblico dipendente fannullone” ancora resiste e non si fa niente per cambiare questo atteggiamento. Stiamo andando verso una privatizzazione di molti servizi pubblici, forse anche in base a queste credenze! Comunque complimenti per l’articolo!

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