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Crowdfunding, una risorsa per il terzo settore ancora poco sfruttata

Le organizzazioni italiane del terzo settore fanno sempre più uso dei social network, soprattutto per cercare visibilità e per sensibilizzare i cittadini alla propria causa ma cominciano a sfruttarne le funzionalità anche per la raccolta fondi. Questo, in estrema sintesi, quanto emerge dallaseconda edizione della ricerca“La comunicazione digitale nel nonprofit: usi, rischi e opportunità”, realizzata da Fondazione Sodalitas, in collaborazione con l’Istituto Italiano della Donazione, nell’ambito di Sodalitas Social Innovation, il bando che favorisce la nascita di partnership profit-nonprofit in scadenza il prossimo 13 giugno.

Copia di Pagine da RICERCA NONPROFIT SOCIAL NETWORK sodalitas2014

La ricerca è stata condottasu 209 organizzazioni non profit: associazioni (38%), organizzazioni di volontariato (19%), cooperative sociali (14%), fondazioni (13%) e ong (9%). Il 61% del campione è composto da piccole organizzazioni (entrate fino a 1 milione di euro). Le partecipanti all’indagine sono attive soprattutto nei settori dell’assistenza sociale (24%), della cooperazione e solidarietà internazionale (19%), dell’educazione e formazione (15%) e dell’assistenza sanitaria (13%).

La ricerca evidenzia come solo l’11% del campione non usi i social media e ben il 51% li usa da prima del 2011. La gran parte delle organizzazioni cerca attraverso la comunicazione social soprattutto visibilità (80%) e sensibilizzazione verso la propria causa sociale (65%), trovando più spesso la prima (90%) che la seconda (47%). Solo il 28% delle organizzazioni rispondenti ha dichiarato di utilizzare questi mezzi per ottenere fondi o donazioni a sostegno delle proprie attività, pur non avendone sempre avuto beneficio concreto (11%).

Facebook è di gran lunga il social network più utilizzato dal non profit: lo usa l’86% delle organizzazioni, contro il 50% di Youtube, il 47 % di Twitter, il 27% di Google+ e il 23% di Linkedin. Il 42% dichiara un uso problematico dei social media, soprattutto per la mancanza di tempo (69%) e di risorse umane (46%) da dedicarvi.

Ma gli aspetti più interessanti della ricerca emergono aprendo la “grande scatola” del terzo settore. Se guardiamo, infatti, alle varie tipologie del campione scopriamo che non tutto il terzo settore usa allo stesso modo e con la stessa intensità i social media. Le associazioni di volontariato e le cooperative sociali sono le organizzazioni più deboli nell’uso della comunicazione digitale. Sebbene la gran parte usi Facebook, il 58% pubblica ogni settimana non più di tre post. Percentuale che si alza notevolmente se prendiamo in considerazione Twitter: il 92% pubblica da 0 a 6 tweet alla settimana. Twitter è usato solo dal 26% delle associazioni di volontariato e dal 32% delle cooperative sociali, mentre le Ong lo usano nell’80% dei casi.

Nella ricerca, infine, è presente un focus dedicato al crowdfunding, dal quale emerge che il terzo settore, indipendentemente dalle dimensioni organizzative e dal settore di attività, ha ancora poca familiarità con le campagne di crowdfunding (solo il 19% del campione ne ha realizzata una). Ad utilizzare questo nuovo strumento sono soprattutto le ong (53%) e le fondazioni (26%); in coda le cooperative sociali (6%). L’obiettivo economico nella maggior parte dei casi contenuto è stato raggiunto solo dal 29% del campione (il 73% di chi ha sviluppato una campagna ha chiesto cifre entro i 5.000€); l’84% dei rispondenti ripeterebbe comunque l’esperienza, indipendentemente dal suo esito.

Cristina Galasso (@cristigalas)

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