Cyberbullismo, cosa dobbiamo ricordare? Sono oltre 1 milione gli studenti italiani tra i 15 e i 19 anni (47%) che, nel corso del 2024, hanno subito episodi di cyberbullismo. Un fenomeno diffuso e senza distinzioni di genere, che, ogni anno, sembra registrare una crescita senza fine.
Il dato nel 2024 segna un record negativo, registrando il suo valore più alto di sempre. Le modalità di aggressione variano tra i generi. La modalità aggressiva più diffusa, per entrambi, è l’invio di insulti in una chat di gruppo. I ragazzi, poi, tendono a ricorrere a minacce dirette e insulti pubblici sui social, esponendo la vittima a un pubblico più ampio. Le ragazze, invece, preferiscono forme di bullismo più indirette, come l’esclusione dai gruppi online e la diffusione non autorizzata di contenuti personali. Le piattaforme digitali offrono nuove opportunità per attacchi anonimi e per l’isolamento sociale, senza dimenticare l’influenza che questi spazi hanno sul comportamento offline (Fonte: ESPAD®Italia – European School Survey Project on Alcohol and other Drugs – Italy).
Recentemente ne abbiamo visto gli effetti devastanti e estremizzati nella serie Adolescence, uscita un mese fa su Netflix ideata da Jack Thorne e Stephen Graham e diretta da Philip Barantini. Tra le serie più viste di sempre di Netflix ha portato alla luce una realtà fatta di un linguaggio, o meglio un codice che, anche se prende vita da un linguaggio preesistente, i giovani e giovanissimi della serie lo rendono loro, lo riadattano, lo modellano, rendendolo invisibile agli altri, gli adulti. Ma questi giovani e giovanissimi sono la fotografia di una generazione nativa digitale. La serie è l’occasione di riflessione. E per l’algoritmo della piattaforma, la proposta di altri contenuti simili tra cui altre serie e film. E per noi? L’opportunità di riflettere sulle nostre responsabilità, sulla mancanza di una consapevolezza, oggi più che mai necessaria, e sul paradosso più grande con il quale ci dobbiamo confrontare: nell’era dell’ipercomunicazione, non sappiamo più comunicare.
Siamo attivi h24 e 7 su 7 da qualsiasi parte. Ma il punto è: come stiamo sfruttando questa opportunità? Con quale fine ultimo? E soprattutto come stiamo utilizzando le parole e la loro straordinaria potenza? Ancora una volta il focus è sulla parola: un ponte di connessione o un’arma di distruzione. Perché chiediamocelo sempre prima di commentare, come stiamo utilizzando le parole?
Il famoso anytime, anyplace, anywhere che tanto ci ha fatto appassionare al web come opportunità di conoscenza, condivisione e costruzione, nel cyberbullismo si trasforma nella possibilità per il cyberbullo di raggiungere la vittima senza tregua. Generando una persistenza del fenomeno senza fine. Gruppi creati ad hoc che raggiungono migliaia di persone attraverso meme, reel, video, foto sotto un’unica angolazione. E senza possibilità di replica. Il tagging diventa uno stillicidio. I cyberbulli si moltiplicano prepotentemente condividendo, promuovendo, replicando in modo esponenziale. La vittima, sempre più sola con il suo dolore sovrastata dalle notifiche e forse da un algoritmo che ne amplifica il rumore, deve sopportare una situazione che si prospetta potenzialmente senza confini di cyber spazio e di tempo.