Si è svolto nella splendida cornice di Matera il XIX congresso nazionale dell’Unione Cattolica Stampa Italiana: presso la sala di Casa Cava il dibattito dei tre giorni è stato interessante e vivace e si è concentrato su temi di grande attualità, dalla crisi del giornalismo e dei media cosiddetti tradizionali al tema dell’informazione come servizio pubblico, dal problema del precariato di molti giovani fino ai nuovi mezzi di comunicazione. La sfida, come ha scritto Nunzio Galantino nel suo messaggio di saluto, è di “costruire la cittadinanza tra vecchi (e sempre validi) media e nuovi”. Come dice Papa Francesco “anche e-mail, sms, reti sociali, chat possono essere forme di comunicazione pienamente umane. Le reti sociali sono capaci di favorire le relazioni e di promuovere il bene della società ma possono anche condurre ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone e i gruppi”.
L’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale”. È proprio questo il tema: educare al tempo dei social significa avere presente anzitutto la responsabilità di cui siamo investiti come giornalisti ed esperti di comunicazione, oggi più che mai, in un tempo in cui le notizie corrono veloci, le fonti sono difficilmente verificabili, gli scandali si rincorrono in un vortice dal quale spesso escono anche tante falsità. C’è bisogno di saggezza e di innovazione insieme. Come afferma il giornalista Kapuscinski, “per fare del giornalismo si deve anzitutto essere degli uomini buono o delle donne buone: dei buoni esseri umani. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata empatia”.
E al centro del dibattito del congresso UCSI, che ha eletto Vania De Luca presidente nazionale con il toscano Antonello Riccelli e Donatella Trotta vicepresidenti nazionali, c’è stato questo tema: nella miriade di piazze digitali e non, nel frastuono di voci, nel grande mare della comunicazione del nuovo millennio occorre rendere centro le periferie, utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione per dare voce a chi non ce l’ha. Per riaffermare una dimensione educativa dei media. I mezzi, siano essi vecchi o nuovi, servono per raggiungere dei fini. Le piazze servono per incontrarsi, per fare chiarezza. Non per aumentare la confusione.
Come ha detto il Segretario di Stato del Vaticano, Pietro Parolin, nel suo intervento durante il dibattito pubblico “Le sfide del giornalismo al tempo di Francesco”, il giornalismo e la buona informazione costituiscono un presidio di democrazia: la costruzione di cittadinanza e di buone politiche di integrazione passano dall’informazione, dalle piazze digitali e chi opera per la formazione dell’opinione pubblica deve sempre ricordarsi di questo. Parolin ha ricordato che “il 12 giugno 2010 è stato proclamato beato il primo giornalista laico, Manuel Lozano Garrido, più conosciuto come Lolo. Vissuto ai tempi della guerra civile spagnola, quando essere cristiani significava rischiare la vita, con la sua macchina da scrivere Lolo non smise di raccontare la verità. Nonostante la malattia che lo costrinse a vivere 28 anni sulla sedia a rotelle, non cessò di amare la professione giornalistica. Scrisse migliaia di pagine ispirate dalla fede: «Portate la macchina da scrivere, mettetela sotto il tavolo, in modo che il tronco della croce si conficchi nella tastiera e lì faccia radici».
Nel suo “decalogo del giornalista” estremamente attuale ed utile, raccomanda agli operatori della carta stampata di «pagare con la moneta della franchezza», di «lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità» e di non servire «né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa».
È un bel messaggio, per credenti e non credenti: il giornalista è chiamato a raccontare la verità, a fare del suo mestiere un viatico di emancipazione e conoscenza per tante persone, a unire voci e popoli per edificare un mondo migliore. Oggi, nel tempo dei social e della comunicazione digitale, più di ieri. Non solo e non tanto per arrivare prima sulla notizia. Ma per arrivarci meglio e consegnare al mondo un messaggio di speranza.