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Dall’incontro con l’altro al narcisismo di massa, il confine dei social è labile

Torniamo a spostarci dalle storie di nuova comunicazione ai temi di riflessione generale. Come abbiamo ripetuto più volte, i social network non sono buoni o cattivi in sé. Sono un mezzo. Costituiscono senz’altro una potenzialità, un nuovo modo di incontrarsi. Una nuova piazza che consente di dialogare anche a distanza di migliaia di chilometri. Prima non era possibile. I social permettono anche di condividere contenuti crossmediali – dai testi alle immagini fino ai video – e di approfondire questioni, di scherzare e di dibattere, di lanciare una campagna di sensibilizzazione e da lì smuovere i cuori del mondo. Ancora una volta, qualcosa di inimmaginabile qualche decennio fa. Ma è evidente che, come ha raccontato Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, “nella psicologia dell’era digitale una delle voci più rilevanti è quella del narcisismo”. Il Grande Fratello non va più di moda non perché sia tramontato l’interesse ma perché spesso le nostre vite, attraverso alcuni social, diventano un grande fratello quotidiano. E i social network, da possibili piazze in cui conoscersi e incontrare gli altri per scambiare informazioni e conoscenze, si trasformano in palcoscenici in cui vi è un solo protagonista che si ripete in esibizioni con un pubblico selezionato per applaudirlo: il proprio io. E tutto si misura in like, indipendentemente dal valore del contenuto. Tradendo la missione stessa dei social network che, come si intuisce dal nome, sono reti sociali che dovrebbero mettere in comunicazione, generare interattività, far scendere le persone dal piedistallo per incontrare volti nuovi, esperienze diverse, storie di vita con cui crescere, dal punto di vista umano e sociale, a volte anche professionale. Il narcisismo è l’altra faccia della medaglia, il cavallo di troia dei social network che ci illude di essere in mezzo a migliaia di persone ma che in realtà ci rende più soli. Dice il poeta e psicanalista Cesare Viviano che “da una parte il narcisismo è il ripiegamento in sé dell’energia vitale, sottratta all’investimento negli altri: cioè alla possibilità di arricchirsi attraverso lo scambio di esperienze e al tempo stesso alla possibilità di perdere un po’ delle proprie certezze e della propria fisionomia mettendosi in gioco”. Mettersi in gioco, è qui che si gioca la sfida. O i social network ci aiutano a fare un passo in avanti, verso la cultura dell’incontro e della responsabilità, o diversamente rischiano di trasformare profili e bacheche in mondi chiusi nella peggiore tradizione del provincialismo. Questo è particolarmente vero per facebook che, a differenza di altri social in un certo senso più sobri e professionali, per impostazione può assecondare la deriva narcisistica, laddove il narcisismo è quella tendenza a esagerare le proprie capacità con un eccessivo bisogno di affermazione e attenzione. Il che alla lunga rischia di partorire generazioni di insicuri, alla ricerca della propria identità nel consenso di un like. Come ripete sempre l’amico e collega Mario Agostino, non sono i luoghi il problema ma il modo in cui si abitano. Vivere bene i luoghi. È una missione per i comunicatori di oggi: far diventare i social network luogo in cui identità definite o in formazione e storie si incontrano e crescono insieme, per uscirne non indebolite ma più forti e più aperte al dialogo. Il confine è labile, la sfida affascinante: a noi il dovere di combatterla con le “armi del mestiere”, ieri penna, inchiostro e calamaio, oggi tastiera e tablet, cambiano i mezzi ma il fine è sempre lo stesso.

 

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