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Datacenter sottomarini: la sperimentazione per risparmiare energia

Datacenter sottomarini: la sperimentazione per risparmiare energia

Cloud computing sostenibile e datacenter subacquei: raffreddamento naturale, risparmio energetico e innovazione green per un futuro digitale

Negli abissi marini si nasconde un’idea che potrebbe rivoluzionare il futuro del cloud computing: i datacenter sottomarini. Non più enormi edifici alimentati da condizionatori e torri di raffreddamento ma capsule immerse, raffreddate naturalmente dall’acqua gelida, alimentate da energia eolica. Una soluzione tanto affasciante quanto concreta, che promette riduzioni energetiche significative e un impatto ambientale più lieve.

Dalla sperimentazione alla strategia commerciale
Tutto ha inizio con il Project Natick di Microsoft: un contenitore di 864 server installato nel 2018 sul fondale delle Isole Orcadi, nel Mare del Nord. Grazie all’acqua marina fredda e all’ambiente sigillato, quel “datacenter sottomarino” ha registrato un tasso di guasti otto volte inferiore rispetto ai datacenter tradizionali: raffreddamento naturale, affidabilità superiore, e la possibilità di essere alimentato da fonti rinnovabili, un progetto ormati terminato a livello operativo dai risultati concreti che hanno acceso l’interesse globale.

La Cina fa sul serio: da sperimentazione a infrastruttura
Oggi, l’esperimento si fa commerciale e su scala industriale, specialmente in Cina. Al largo di Shanghai, Hailanyn, insieme a HiCloud Techology, sta costruendo il primo datacenter sottomarino commerciale. Da progetto l’infrastruttura sfrutterebbe il raffreddamento naturale del mare (ancora da valutare l’impatto a lungo termine sull’ecosistema), riducendo il consumo di energia per la refrigerazione del 30% – 40%, con due fasi ben delineate:
Già nella prima fase, che dovrebbe essere operativa da settembre 2025, il datacenter subacqueo di Shanghai garantirà 2,3 megawatt di potenza, abbastanza per addestrare un modello AI come GPT-3.5 in meno di 24 ore.
Entro il 2026 si salirà a 24 megawatt.

L’obiettivo finale?
Un centinaio di unità sottomarine entro il 2027, concentrate tra Guangdong e Hainan, con investimenti da 880 milioni di dollari.
Le capsule, lunghe 18 metri e larghe 3,6, possono ospitare fino a 400 server ciascuna e saranno immerse fino a 35 metri di profondità, raffreddate dall’acqua marina e alimentate quasi completamente da energia eolica offshore.
In un contesto dove la sostenibilità sembra ormai indispensabile, la Cina potrebbe diventare pioniere globale nel calcolo sottomarino green, superando la mera sperimentazione per adottare una vera infrastruttura digitale eco-consapevole.

I vantaggi: meno acqua meno manutenzione
I benefici sono evidenti. L’acqua marina fornisce un sistema di raffreddamento passivo ed efficiente evitando l’uso di milioni di litri d’acqua dolce che ogni anno vengono utilizzati nei datacenter tradizionali. L’ambiente subacqueo offre anche stabilità termica, assenza di polvere, vibrazioni e ossidazione, prolungando la vita operativa delle macchine fino a 25 anni, con pochissimi interventi di manutenzione. Un dettaglio importante in un paese dove la scarsità d’acqua è una realtà concreta.

Ma non è tutto blu la sotto
I datacenter sottomarini, l’innovazione tecnologica e i possibili effetti collaterali: l’impatto ambientale marino è tutt’altro che trascurabile. I vantaggi dell’iniziativa comportano dei rischi: un aumento locale della temperatura marina fino a 1°C, contribuendo all’alterazione degli ecosistemi.
Inoltre, le onde acustiche prodotte dai server potrebbero interferire con la fauna marina e persino danneggiare fisicamente le apparecchiature.
Anche la logistica presenta nodi critici: in caso di guasto, il recupero di una capsula può richiedere dalle quattro alla sedici ore, un tempo critico in situazioni di emergenza.

Chi controlla i dati, controlla il mondo
Negli ultimi dieci anni, i dati sono diventati la risorsa più ambita del pianeta. Più del petrolio, più dell’acqua. E i datacenter, quei silenziosi colossi che li ospitano, sono diventati vere e proprie infrastrutture strategiche, come porti o raffinerie. Spostarli in mare significa ridurre costi e d emissioni, certo, ma anche rimodulare i confini della sovranità digitale.
Il modello di Microsoft ha gettato le basi, mentre la Cina, con pragmatismo e risorse, sta mettendo in acqua una vera rivoluzione: più efficienza energetica, meno risorse idriche, alimentazione rinnovabile e potenziale per ridurre le emissioni su vasta scala. Rimangono sfide tecniche e ambientali, ma il mare non è mai stato così promettente per ospitare il futuro del cloud.

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