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E commerce e le nuove imprese 4.0: come il digitale ha cambiato il volto del capitalismo

E commerce e le nuove imprese 4.0: come il digitale ha cambiato il volto del capitalismo

Nel corso dell’ultimo decennio, l’universo digitale è cresciuto esponenzialmente ed ha inglobato al suo interno una innumerevole quantità di settori, da quello sociale, a quello politico, fino al settore economico.

L’e-commerce, così definita la compravendita attraverso l’immensa ragnatela del web, ha preso piede in maniera preponderante in particolar modo da quando, a causa della pandemia di Covid-19, il mondo si è fermato ed è stato costretto a limitare ogni contatto, penalizzando i negozi fisici e creando una situazione di crisi economica globale che non si vedeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. 

Stando ad un recente studio condotto da Hauwei, “Driving development: The impact of Ict investments on the digital economy“, si stima che entro la fine del 2023 l’economia digitale rappresenterà più della metà del PIL mondiale; le aziende del settore si aggiudicheranno dunque il titolo di trainanti dell’economia del futuro, nell’ottica di una vera e propria rivoluzione industriale – la quale si può considerare già iniziata -.

Dagli influencer dei social network alle multinazionali di import-export, la sfera economica si sta sempre più spingendo verso una prospettiva immateriale basata sulla velocità, l’efficienza, sulla trasparenza e la credibilità, poiché ormai l’umanità si è abituata ad ottenere senza sforzo in pochi click ciò di cui necessita. 

Nell’era post pandemica, l’economia capitalistica ha visto cambiare il proprio volto e si è realizzata attraverso imprenditori indipendenti, i quali hanno creato a loro volta una catena sotterranea in cui ognuno guarda al profitto personale, sicuramente incentivati dal grande sviluppo degli strumenti digitali e dalla concorrenza in costante crescita, ma anche da una consapevolezza di dover collaborare e unire le forze in un momento storico che risulta più che mai delicato.

Indubbiamente, le aziende hanno dovuto ripensare pressocché totalmente il loro trend d’azione al fine di mantenerlo e potenziarlo dal punto di vista strategico e commerciale; da qui lo smart-working, il rinnovamento del rapporto con il cliente, nonché l’innovazione tecnologica e la sostenibilità delle fonti. 

In particolare, lo smart working ha conseguentemente provocato un cambiamento dello spazio lavorativo e un riadattamento delle modalità e dei ritmi: stando ad una media europea – dati Eurostat -, nel 2022 il 50% delle aziende ha svolto riunioni da remoto, mentre per le piccole imprese questa percentuale si aggira attorno al 44% – l’Italia al 39,1% -.

Per quanto concerne la situazione dell‘Italia post pandemia, nel 2022 il mercato ha subìto una crescita del 2,4%, per un totale di 77,1 miliardi di euro, e nei prossimi anni si prevede un’ulteriore crescita che si servirà dell’utilizzo delle tecnologie digitali e sarà dettata dal nuovo modello economico dell’industria 4.0.

Nel 2026, i valori potrebbero così sfiorare i 92 milioni di euro con un incremento del 4,5%, secondo il nuovo studio sul “Digitale in Italia” di Anitec-Assinform.

Se da un lato vi è il bisogno da parte degli imprenditori digitali di collaborare, dall’altro vi è un inevitabile confronto e competizione con i colossi del mercato globale, ovvero gli Stati Uniti e la Cina.

Il governo italiano sta dunque mettendo al vaglio le varie possibilità d’azione, tra cui l’utilizzo di fondi del Pnrr così da fungere da aiuto alle imprese, e il raggiungimento per l’Italia di un’indipendenza dalle materie prime, considerata l’instabile situazione geopolitica attuale che da un momento all’altro potrebbe crollare su se stessa. 

Infatti, in base al report DESI 2022 della Commissione Europea, il Belpaese si posiziona al 18° posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, con un punteggio di 49,3 rispetto alla media di 52,3, vale a dire un risultato che deve ancora dare i suoi frutti ma che sembra essere sulla buona strada per riuscirci e con tutte le carte “digitali” a proprio vantaggio. 

di Riccardo Pilat Giornalista e Fondatore della Pilat & Partners

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