Negli anni ’70 e ’80 la parola intelligenza artificiale suonava più come roba da laboratorio segreto o da film di serie B con effetti speciali traballanti che come qualcosa di reale. Eppure, mentre il mondo stava ancora cercando di capire come utilizzare un Commodore 64 senza impazzire, alcuni autori di fantascienza scrivevano storie che oggi sembrano profezie.
Infatti alcuni scrittori avevano capito prima di tutti che un giorno avremmo parlato con le macchine, delegato loro le nostre scelte e, in certi casi, temuto la loro intelligenza.
Philip K. Dick – Il profeta paranoico del futuro
Philip K. Dick è praticamente il padre spirituale di tutte le nostre ansie tecnologiche. Già negli anni ’60 e ’70 scriveva di androidi che sognano pecore elettriche e di computer che manipolano la realtà. In romanzi come Ubik(1969) o Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968), Dick non si limita a immaginare macchine intelligenti ma mette in dubbio la stessa natura della coscienza e dell’identità.
Oggi, con l’IA che genera immagini, scrive testi e ci risponde con tono empatico, l’idea di non distinguere più l’umano dal sintetico non sembra poi così assurda.
Arthur C. Clarke – L’uomo che vide HAL 9000 prima di tutti
Quando Clarke scrisse 2001: Odissea nello spazio (1968, con Kubrick che ne fece poi il film nel ’69), inventò HAL 9000, il computer di bordo “che non commette errori”. HAL è freddo, razionale, e quando decide che gli umani sono un rischio per la missione.
Negli anni ’70, mentre l’IA vera era ancora lontanissima, Clarke aveva già centrato il punto: le macchine non sarebbero state solo strumenti, ma entità con intenzioni.
Isaac Asimov – L’etica prima di tutto
Asimov non solo ha inventato il concetto di “robotica”, ma già negli anni ’40 aveva formulato le famose Tre leggi della robotica. Negli anni ’70 e ’80, con racconti come L’uomo bicentenario, rifletteva sull’identità e sui diritti delle macchine intelligenti.
In un’epoca in cui l’IA in realtà sapeva solo risolvere equazioni o giocare a scacchi molto male, Asimov parlava già di empatia artificiale e responsabilità morale. Insomma, aveva capito che il problema non era cosa l’IA può fare, ma come la trattiamo.
William Gibson – Il punk del cyberspazio
Quando nel 1984 uscì Neuromante, Gibson inventò praticamente tutto il linguaggio che oggi usiamo per parlare di tecnologia: cyberspazio, rete, hacker, IA consapevoli che si muovono nei dati come divinità digitali.
A differenza di Asimov, Gibson non era ottimista. Le sue IA non vogliono servire l’uomo: vogliono essere libere. È incredibile come, quarant’anni dopo, la nostra cultura digitale rispecchi proprio quel tipo di ansia.
Negli anni ’70 e ’80, mentre il mondo reale costruiva i primi personal computer, la fantascienza stava già scrivendo la sceneggiatura del nostro presente.
Gli scrittori non avevano solo immaginato robot e computer intelligenti ma avevano capito che l’IA sarebbe diventata un problema umano, non tecnologico.