I media e il nuovo immaginario collettivo è il tema del 14° rapporto Censis-Ucsi, che analizza la relazione tra italiani e mezzi di comunicazione. Tra i principali risultati evidenziati dalle rilevazioni, la convivenza di vecchi e nuovi valori e, tra i giovani, una scala di priorità opposta a quella di adulti e anziani. Gli ideali del posto fisso, della casa di proprietà, dell’automobile e del buon titolo di studio, che hanno caratterizzato gli anni del boom economico, si contrappongono alla potenza di internet e dei social network, allo smartphone come oggetto di culto e all’individualismo dell’odierna app economy.
I consumi mediatici degli italiani nel 2017
Con il 95,5% di spettatori, la televisione occupa il primo posto tra i media degli italiani. La tv tradizionale (digitale terrestre) cede qualche telespettatore (il 92,2% di utenza complessiva, con una riduzione del 3,3% rispetto al 2016). Cresce la tv via internet (web tv e smart tv hanno il 26,8% di utenza, +2,4% in un anno) e decolla la mobile tv, che ha raddoppiato gli utenti in un anno (dall’11,2% al 22,1%).
La radio tradizionale perde 4 punti percentuali di utenza, scendendo al 59,1% di italiani radioascoltatori. La flessione è compensata dall’ascolto delle trasmissioni radio via internet attraverso il pc (utenza al 18,6%, +4,1% in un anno). L’autoradio rimane lo strumento preferito per ascoltare le trasmissioni che vanno in onda in diretta (utenza al 70,2%).
I quotidiani continuano a soffrire per la mancata integrazione nel mondo della comunicazione digitale. Oggi solo il 35,8% degli italiani legge i giornali cartacei. E negli ultimi dieci anni, mentre i quotidiani a stampa perdevano il 25,6% di utenza, i quotidiani online ne acquistavano solo il 4,1% (oggi hanno una utenza pari al 25,2%).
Solo il 42,9% degli italiani ha letto almeno un libro a stampa nell’anno e il 9,6% ha letto almeno un e-book. Complessivamente, i lettori di libri si attestano al 45,7% della popolazione totale, confermando la scarsa capacità degli e-book di attirare nuovi lettori.
Il telefono cellulare è usato dall’86,9% degli italiani e lo smartphone, in particolare, dal 69,6% (la quota era solo del 15% nel 2009).
La crescita di internet ha rallentato il ritmo, ma prosegue. Nel 2017 ha raggiunto una penetrazione pari al 75,2% degli italiani, con una differenza positiva dell’1,5% rispetto al 2016.
Gli utenti di WhatsApp (il 65,7% degli italiani) coincidono praticamente con le persone che usano lo smartphone, mentre circa la metà degli italiani usa i due social network più popolari: Facebook (56,2%) e YouTube (49,6%). Importante è il passo in avanti compiuto da Instagram, che in due anni ha raddoppiato la sua utenza (nel 2015 era al 9,8% e oggi è al 21%), mentre Twitter resta attestato al 13,6%. Anche i social network, però, si stanno uniformando al modello della comunicazione integrata, per cui da semplici reti di messaggistica tendono a diventare piattaforme multicanale di distribuzione di contenuti (dall’informazione alle fiction fino agli eventi sportivi).
Dal multimediale alle piattaforme multicanale
La grande novità dell’ultimo anno è rappresentata dalle piattaforme che diffondono servizi digitali video e audio, come Netflix o Spotify. Oggi l’11,1% degli italiani guarda programmi dalle piattaforme video e il 10,4% ascolta musica da quelle audio. Il dato raddoppia tra i più giovani: il 20,6% degli under 30 si connette ai servizi video e il 22,6% a quelli audio. La rete diventa il veicolo della diffusione di contenuti che, pur viaggiando da un centro alla periferia, possono essere fruiti dagli utenti come e quando vogliono.
Il processo di “giovanilizzazione” degli adulti
Le distanze tra i consumi mediatici dei giovani e quelli degli anziani continuano a essere rilevantissime, con i primi decisamente posizionati sulla linea di frontiera dei new media e i secondi distaccati, in termini di quote di utenza, di decine di punti percentuali.
Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 90,5%, mentre è ferma al 38,3% tra gli anziani; l’89,3% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 27,6% dei secondi; il 79,9% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 19,2% degli over 65; il 75,9% dei giovani usa YouTube, come fa solo il 16,5% degli ultrasessantacinquenni; quasi la metà dei giovani (il 47,7%) consulta i siti web di informazione, contro appena il 17,6% degli anziani; il 40,9% dei primi guarda la web tv, contro appena il 7,4% dei secondi; il 39,9% dei giovani ascolta la radio attraverso lo smartphone, mentre lo fa solo il 3,5% dei longevi; su Twitter c’è più di un quarto dei giovani (il 26,5%) e un marginale 3,2% degli over 65. Si nota qui anche il caso opposto, quello dei quotidiani, per i quali l’utenza giovanile (il 23,6%) è ampiamente inferiore a quella degli ultrasessantacinquenni (il 50,8%).
Inoltre si registra una omogeneizzazione dei comportamenti mediatici dei giovani e degli adulti. Nel 2017 non solo viene praticamente colmato il gap nell’accesso a internet (una utenza dell’87,8% tra i 30 e i 44 anni contro il 90,5% tra i 14 e i 29 anni), ma lo stesso avviene anche per i social network (rispettivamente, l’80,4% e l’86,9% di utenza), gli smartphone (l’84,7% e l’89,3%), la tv via internet (il 39,5% e il 40,9%) e gli e-book (il 15,4% e il 15,2%). Non si tratta di un avvicinamento casuale: i modelli della comunicazione digitale si estendono sempre di più, coinvolgendo pienamente anche le fasce adulte della popolazione.
La flessione della lettura di libri
I lettori di libri cartacei, che nel 2013 erano il 52,1% della popolazione, nel 2017 sono scesi al 42,9%. Il calo non è compensato dall’aumento dei lettori di libri in formato elettronico. La somma di tutti i lettori di libri, a prescindere dal supporto utilizzato, è comunque notevolmente diminuita: dal 52,9% al 45,7%. A sostenere l’editoria libraria in Italia oggi sono soprattutto le donne (il 52,2%).
La transizione nell’informazione
I telegiornali sono usati per informarsi dal 60,6% della popolazione, ma solo dal 53,9% dei giovani, che attribuiscono un’importanza quasi equivalente a Facebook (48,8%). Tendenze analoghe si ritrovano anche tra i soggetti più istruiti, diplomati o laureati, che risultano più affezionati ai tg generalisti (62,1%), ai giornali radio (25,3%) e alle tv all news (23,7%), ma danno comunque molta importanza a Facebook (41,1%). I quotidiani vengono al sesto posto nella classifica generale: li usa regolarmente per informarsi il 14,2% della popolazione, ma solo il 5,6% dei giovani.
Fake news
A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete (“spesso” al 7,4%, “qualche volta” al 45,3%, per un totale pari al 52,7%). La percentuale scende di poco, rimanendo comunque al di sopra della metà, per le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i più giovani, che dichiarano di averci creduto “spesso” nel 12,3% dei casi. Per tre quarti degli italiani (77,8%) si tratta di un fenomeno pericoloso.
La disintermediazione digitale
Nell’epoca della disintermediazione digitale, app e startup stanno rimodellando abitudini e comportamenti quotidiani: si va dal 39,7% degli utenti di internet che controllano il proprio conto corrente grazie all’home banking (circa 15 milioni di persone) al 37,7% di chi fa shopping online. Non decollano ancora, però, le prenotazioni sul web delle visite mediche (8%), né i rapporti online con le pubbliche amministrazioni (14,9%). I servizi delle aziende del capitalismo digitale (da Uber a Airbnb, da Deliveroo a Foodora) sono state utilizzate nell’ultimo anno dal 6,9% degli italiani, con un maggiore coinvolgimento dei giovani under 30 (10,4%).
I nuovi miti d’oggi
Al primo posto tra i fattori ritenuti più centrali nell’immaginario collettivo della società di oggi si trova ancora il “posto fisso” con il 38,5% delle opinioni, seguito a poca distanza dai social network (28,3%), poi dalla casa di proprietà (26,2%) e ‒ quasi a pari merito ‒ dallo smartphone (25,7%), richiamato per il suo valore funzionale e simbolico. Le prime quattro posizioni riproducono un mix di vecchio e nuovo, offline e online, valori tradizionali e emblemi innovativi.
La graduatoria delle preferenze dei più giovani, come prevedibile, è ancora di più rivolta verso gli elementi di rottura che caratterizzano la contemporaneità. Tra i 14 e i 29 anni i social network si collocano in prima posizione (32,7%), superando il posto fisso (29,9%), seguito dallo smartphone (26,9%), dalla cura del corpo (23,1%) e dai selfie (21,6%). Solo il 17,9% (ampiamente al di sotto della media) indica la centralità della casa di proprietà, il 14,9% l’obiettivo di conseguire un buon titolo di studio come garanzia di riuscita sociale, il 7,4% l’acquisto dell’automobile nuova.
L’immaginario collettivo dopo la grande trasformazione
Grazie alla diffusione delle tecnologie digitali, nel giro di un decennio la grande trasformazione dei media ha determinato una rivoluzione che ha posto l’utente al centro del sistema attraverso alcuni processi fondamentali:
- la personalizzazione dell’impiego dei media, che ha favorito la desincronizzazione dei palinsesti collettivi e la personalizzazione delle modalità di fruizione dei contenuti e dei percorsi di accesso alle informazioni;
- l’ingresso nell’era biomediatica, caratterizzata dalla trascrizione virtuale e dalla condivisione telematica in tempo reale delle biografie personali attraverso i social network, che sancisce il primato dell’io-utente, produttore ‒ oltre che fruitore ‒ dei contenuti della comunicazione;
- il primato dello sharing sul diritto alla privacy (l’individuo si specchia nei media creati dall’individuo stesso);
- l’avvio del nuovo ciclo dell’economia della disintermediazione digitale (dall’e-commerce all’home banking, dai rapporti in rete con le amministrazioni pubbliche alla condivisione online di beni e servizi);
- la fede nel potenziale di emancipazione delle comunità attribuito ai processi di disintermediazione, all’interno di un percorso di autodeterminazione digitale basata sul continuo feedback dei dispositivi tecnologici.