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Il digitale e la partecipazione civica per guarire la trasparenza trasparente. Con il ruolo centrale del Social Media e Digital Manager

Per parlare di trasparenza potrei seguire una traccia consueta, e fare una rigorosa panoramica di leggi e sentenze condita di retorica. Ma in una delle regioni più smart d’Italia in tema di partecipazione civica, preferisco raccontare una storia vera e con il riassunto delle puntate precedenti. 

Dall’epopea degli anni ’10 ad oggi rischiamo di aver perso il treno: siamo passati dalle visioni folgoranti e dai cavalieri del “FOIA italiano” al più spesso oblio e ai profeti disarmati. Oggi la trasparenza è diventata trasparente: pubblicata, ma invisibile. Obbligatoria, ma non comprensibile né usata dai cittadini. Democratica, ma tecnocratica. Vissuta solo come paura: oddio, è in arrivo un accesso agli atti!

Ho visto personalmente e in diretta la trasparenza nascere come promessa e poi crescere come vincolo. Oggi rischia di diventare un equivoco. Possono salvarla le persone e le tecnologie. Giornate come questa di Bari testimoniano che la battaglia non è ancora persa.

Intanto diciamo che “veniamo da lontano”. La trasparenza nasce dalle radici più profonde della nostra libertà, viene dall’Ottocento migliore, quello del Risorgimento: cos’era, in fondo, la battaglia per gli statuti? A un certo punto, si sposta su un altro versante dell’Ottocento: quello del romanzo. Per l’esattezza, I Promessi Sposi. Il cittadino è Renzo, la trasparenza Lucia: ma questo matrimonio non s’ha da fare. Lo dicono i Bravi di don Rodrigo – la famigerata burocrazia difensiva – e il don Abbondio-legislatore si spaventa non poco.

Un film-romanzo in quattro immagini.

1. La trasparenza come anima della democrazia

Già nelle premesse storiche, culturali e istituzionali c’era tutto e di più. Dal Filippo Turati del 1908 con l’amministrazione-casa di vetro – “salvo che un superiore pubblico interesse non imponga un momentaneo divieto” – in poi. Il presidente Sergio Mattarella, 10 anni fa, nel suo discorso di insediamento alle Camere, accese la luce sul fulcro della sfida: il rapporto con il back office. Disse: “Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo”. Insomma, contano gli uffici o contano le persone? Oggi, il concetto è ancora più attuale, perché con l’IA spicca sempre meno il rapporto con la nozione (l’adempimento, la pratica ripetitiva) e sempre più quello con la prestazione: IA per il decision making. Nel frattempo, va detto, abbiamo perso l’occasione dei “social per la trasparenza”. Uno strumento che sarebbe prezioso per una trasparenza in tempo reale ed “erga omnes” è stato finora sottovalutato e di fatto eluso.

2. La trasparenza come moda e anelito. Ma il matrimonio non s’ha da fare.

Già dai primi anni ‘2000 la promessa fu forte, chiara, nobile: la trasparenza come leva di partecipazione, controllo civico, anticorruzione. Un’Italia che puntava a diventare anglosassone e scandinava.

Un breve riepilogo di tappe fondamentali:

  • 2009: “faccine” e controllo civico che inverte la 241/1990 e la sua “trasparenza limitata” ai soli interessati, con le pa libere di restringere il campo a loro piacimento e il divieto esplicito di usare l’accesso agli atti per finalità di controllo generalizzato delle attività pubbliche.
    • Nascita della CIVIT e poi dell’ANAC (ma se “nomina sunt consequentia rerum”, si passò dall’idea della valutazione evolutiva a quella dell’ossessione-anticorruzione).
    • 2013: decreto 33 e accesso civico semplice, con il seguente flop della trasparenza-accountability.
    • Open data e siti open, agende pubbliche, spinta verso il governo aperto. 
    • Percorso civico per FOIA e decreto 97/2026: “Chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione ai sensi del presente decreto, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti”. 
    • La performance partecipata del 2017. 
    • Il PIAO (piano integrato attività amministrative) nel 2021 e 2022, anch’essi esplicitamente orientati – sulla carta – verso partecipazione e controllo civico.

La logica è sempre stata “se ti vedo, ti controllo”. Ma pubblicare tutto è solo l’inizio della trasparenza.

3. La trasparenza trasparente

La malattia è dovuta alla mancata cura ma anche a qualche difetto genetico: i “tre accessi” (documentale, semplice, generalizzato) che convivono e la confusione normativa, ad esempio. Esito obbligato sono stati uffici e adempimenti, con un progressivo sbiadimento della ratio originaria.

Ecco alcuni dei paradossi della trasparenza trasparente.

  • Adempimenti: oltre 250, e anche piatti come l’elenco del telefono  
  • La mistica del Sito Perfetto
  • La programmazione annuale senza riferimenti alla customer satisfaction
  • L’unificazione con l’anticorruzione, che “mangia” la trasparenza conferendole connotati polizieschi
  • Il mancato uso dei social come strumenti di trasparenza in tempo reale ed erga omnes. 

Risultato: il cittadino non trova, non capisce, non riesce a usare i dati. I responsabili trasparenza e comunicazione o i social media manager si scontrano con il formalismo e i permessi da chiedere, e con un FOIA ancora pensato per gli atti PDF, non per i dataset; per i bilanci o i doc di programmazione, non per gli obiettivi chiari e misurabili. Eppure, le norme parlavano (e parlano) chiaro. Vedi l’articolo 6 del decreto 33/decreto 97. Il dato pubblicato deve avere “qualità”, cioè: integrità, costante aggiornamento, completezza, tempestività, semplicità di consultazione, comprensibilità, omogeneità, facile accessibilità, conformità ai doc originali, indicazione della provenienza, riutilizzabilità. 

Anche le pa più virtuose faticano a trasformare la trasparenza in relazione con il cittadino. I responsabili trasparenza restano profeti disarmati.

La fiammata della ottima circolare 2 del 2017 – dialogo collaborativo, pubblicazione proattiva, uso sistematico dei social – resta isolata. Così come hanno poco effetto sentenze come la 10/2020 del Consiglio di Stato: mentre per il Covid la trasparenza invece di essere aumentata veniva sospesa, la suprema corte amministrativa fissava il dovere di esaminare l’istanza anche se espressa in modo generico e anche se incerta fra 241/1990 e 97/2016.

4. La nuova stagione: trasparenza trasformativa e call to action permanente

Serve una svolta culturale. Serve un nuovo modello, il cui riferimento può essere il VI piano d’azione open gov, con la consultazione in corso su partecipa.gov. Dobbiamo rovesciare il meccanismo, sollecitare l’intervento civico, trasformando la trasparenza da formalità in call to action permanente

Il documento del Forum per il Governo Aperto parla di “Trasparenza trasformativa”.
Non solo “vedo quello che fai”, ma “capisco cosa produci per me, e con me”, quindi ti do un feedback per ripensare le politiche pubbliche.

In questo percorso va sottolineato il ruolo centrale del Social Media & Digital Manager: tradurre, semplificare, coinvolgere. Un ruolo che va riconosciuto e strutturato, come ha ribadito il Ministro PA Paolo Zangrillo in un recente question time alla Camera, in cui ha anche sottolineato l’inserimento del SMDM nella prossima tornata contrattuale. E ciò mentre l’associazione PAsocial prosegue il suo impegno lavorando sul profilo. Servono professionalità sulle nuove tecnologie e chiarezza di intenti. Non dimentichiamo che l’Intelligenza artificiale può rendere trasparente ciò che oggi è opaco (dataset, linguaggi, documenti), ma può anche automatizzare l’oscurità, se non è governata con attenzione al ricevente.

L’IA è per sua natura potenziale vettore di “empatia evolutiva”:

  1. Il chatbot rivoluziona il front office, liberando risorse umane per il back office e per il fine tuning. Dalla risposta alla prestazione.
  2. L’automazione dei processi rende superfluo il nozionismo e orienta verso il risultato, realizzando in pieno lo spirito dell’articolo 10 del 33 e del 97: trasparenza “come dimensione principale ai fini della determinazione degli standard di qualità dei servizi pubblici da adottare con le carte dei servizi” (che oggi possono essere impersonate da un avatar).
  3. Monitoraggio civico e accountability pubblica

In definitiva, la trasparenza non è solo un termometro ma un input. Non è solo un diritto, o peggio una concessione, ma una relazione. E come ogni relazione, vive solo se qualcuno risponde, ascolta, cambia. E si sente dall’altra parte di uno sportello che non è più barriera ma porta aperta. A quel punto, l’auspicio di Filippo Turati nel 1908 alla Camera, la PA come “casa di vetro”, sarà raggiunto e persino superato, perché il cittadino sentirà l’amministrazione come casa sua.

SERGIO TALAMO

  • Direttore comunicazione relazioni istituzionali e innovazione digitale FORMEZ PA 
  • Intervento alla Giornata della Trasparenza della Regione Puglia del 3 ottobre 2025
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