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Innovare sì, ma con consapevolezza: l’etica come bussola nell’era dell’intelligenza artificiale

Bussola AI

La rapidità con cui l’intelligenza artificiale si sta integrando nella nostra quotidianità supera la capacità di comprenderla e gestirla. Tuttavia, per non subire questa trasformazione occorre governarla.

Ci sono voluti decenni affinché milioni di persone imparassero a guidare un’automobile. Al contrario, sono bastati pochi mesi affinché lo stesso numero di individui iniziasse a usare l’IA. Questo confronto, apparentemente banale e privo di significato, racconta meglio di qualsiasi analisi la portata di ciò che stiamo vivendo: una trasformazione così veloce da non lasciare il tempo di comprenderla nel profondo, talvolta nemmeno agli esperti.

I numeri italiani lo confermano: a dicembre 2025 quasi 15 milioni di italiani utilizzavano almeno un’app di intelligenza artificiale, più del doppio rispetto alla media dell’anno precedente (5,2 milioni). Una crescita che non ha precedenti nella storia dell’adozione tecnologica di massa nel nostro Paese.

Un’esistenza ibrida: l’Onlife

Luciano Floridi ha coniato il termine “Infosfera” per descrivere il nuovo spazio dell’esistenza umana: un ambiente in cui il digitale e l’analogico si fondono in un’unica realtà, dove l’individuo è, al tempo stesso, identità fisica e informatica. Per questo non ha senso oramai, dice Floridi, chiedersi se le nostre azioni si svolgano online od offline: le due dimensioni si sono fuse in un’unica realtà, l’“Onlife”, appunto. Ciò che un tempo poteva essere realizzato solo nel mondo reale (pensiamo, ad esempio, alla creazione di immagini od opere artistiche) può oggi essere creato artificialmente grazie a macchine che lavorano spesso in maniera più efficiente degli esseri umani.
È in questo contesto che i social network prima e l’IA generativa ora stanno ridisegnando il modo in cui pensiamo, agiamo e ci relazioniamo con gli altri.

L’evoluzione tecnologica avanza e i diritti rischiano di arretrare

Yoshua Bengio, uno dei più autorevoli ricercatori al mondo nel campo dell’IA, ha lanciato l’allarme: le grandi aziende tecnologiche (le cosiddette Big Tech), nel rincorrere il profitto, rischiano di trascurare etica e sicurezza. Per massimizzare le entrate queste realtà spesso creano soluzioni digitali che non prestano attenzione a temi centrali quali la tutela dei dati personali, la non discriminazione, la protezione dei minori.

OpenAI ha rivelato dati allarmanti relativi alle interazioni che gli utenti intrattengono con ChatGPT: migliaia di persone (tra cui molti minori) utilizzano la chatbot per condividere emozioni e disagi profondi, inclusi pensieri suicidari. Sono dati che impongono attente riflessioni.

Innovare è necessario, ma va fatto con consapevolezza

Sarebbe un errore leggere questi segnali come una condanna della tecnologia: l’IA offre potenzialità straordinarie, che permettono di rendere più sicuri ed efficienti settori cruciali come, ad esempio, quelli della ricerca scientifica, della pubblica amministrazione e della medicina, spesso creando conoscenza “nuova”, effettuando correlazioni che l’uomo non sarebbe in grado di realizzare. Pertanto, la vera domanda non è se sia giusto innovare, bensì come farlo e secondo quali principi.

Per condurre questa indagine i punti di partenza sono la comprensione e l’educazione alla tecnologia. Si tratta di un passaggio imprescindibile ma, allo stesso tempo, purtroppo, ancora scarsamente condotto, tanto tra i cittadini quanto nella classe dirigente e politica.

Questa mancanza di consapevolezza è il principale pericolo che abbiamo davanti: l’assenza di comprensione profonda delle implicazioni di questa tecnologia, declinate in termini di rischi, prima che di opportunità, non permette di adottare scelte consapevoli.

L’etica come contrappeso all’innovazione selvaggia

In sintesi, ciò che si deve perseguire è una “buona innovazione”. Con questo termine si vuole indicare quello sviluppo tecnologico che non sacrifichi sull’altare dell’efficienza diritti e libertà fondamentali, che limiti i bias algoritmici (cioè le distorsioni sistematiche nei risultati prodotti dai sistemi di IA, spesso legate a dati di addestramento non rappresentativi e di scarsa qualità), che valorizzi il capitale umano invece di sostituirlo e che favorisca la trasparenza e la spiegabilità dei processi decisionali automatizzati.

La buona innovazione investe anche (anzi, soprattutto) la dimensione individuale: significa scegliere consapevolmente quale strumento di IA usare e per quali scopi, decidere se e come condividere i nostri dati e riconoscere i limiti di ciò che una macchina può e non può offrire.

L’etica, in questo senso, non è una sovrastruttura filosofica distante dalla realtà ma, al contrario, è il guardrail che, unitamente al diritto, deve orientare le scelte pubbliche e private verso soluzioni tecnologiche orientate alla promozione dell’uomo.

La scelta che la società deve compiere, dunque, non è tra l’umanità e la tecnologia. Ormai l’innovazione tecnologica è inarrestabile, non si può tornare indietro. Ciò che dobbiamo decidere è che tipo di umanità vogliamo costruire collaborando con la tecnologia che abbiamo scelto di adottare.

Di Arianna Ciracò

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