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L’innovazione genera paura perché alla base c’è il cambiamento

iperconnessione Mastroianni

A Bletchley Park, alle porte di Londra, si è concluso di recente l’AI Safety Summit, il vertice globale per uno sviluppo sicuro dell’intelligenza artificiale. Le potenze del G7 hanno concordato un codice di condotta” non vincolante per le aziende e il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto una “risposta globale e condivisa” contro le minacce dell’intelligenza artificiale. È credibile auspicare questo tipo di regole considerando i diversi Paesi, le diverse culture e tradizioni, i diversi sistemi valoriali e via discorrendo? Non riusciamo a dare risposte “globali e condivise” per fermare genocidi e i Paesi di tutto il mondo, portatori di interessi diversi, potrebbero davvero mettersi d’accordo sul tracciare una linea di confine globale e condivisa per l’AI?

Certo occorre essere realisti e non farsi prendere da facili entusiasmi. Ma è proprio il sano realismo che ci deve motivare a fare tutto il possibile per trovare strade di collaborazione per capire le regole da darci. Direi con un ulteriore antidoto alle illusioni: le regole servono e sono la base, ma poi su quelle occorre immettere l’altezza e la profondità. Quindi non solo regole, ma soprattutto sviluppare discorsi culturali comuni e azioni concrete di educazione per scongiurare uno dei mali più pericolosi della nostra epoca: la digital inequality. Quella che non solo riguarda l’accesso ai mezzi tecnologici (su cui si deve ancora lavorare), ma soprattutto la disseminazione di consapevolezza e competenze digitali tra i cittadini. Una società davvero libera è una società in cui si è messi nelle condizioni di partecipare. Quindi non solo difesa dai pericoli potenziali di un uso opaco dell’IA, ma soprattutto costruzione e collaborazione per capire che tipo di mondo vogliamo “disegnare” attraverso l’uso delle tecnologie. Dobbiamo dare una forma significativa alla nostra vita potenziata dalle intelligenze artificiali.

A Scuola e nelle Università, il metaverso, l’AI, la realtà aumentata e così via… potrebbero aprire porte che senza l’ausilio delle nuove tecnologie resterebbero chiuse. Ti chiedo: è opportuno obbligare educatori e docenti a percorsi di formazione? E te lo chiedo perché una gran fetta della categoria di chi insegna è stata messa all’angolo dalla DAD; l’uso obbligatorio della didattica a distanza ha messo a disagio e in difficoltà chi non era pronto. Meglio un servizio di leva “tecnologica” obbligatorio o un esercito dei volontari?

L’educazione è il centro della questione tecnologica. La rivoluzione a cui stiamo assistendo non è meramente tecnica né strumentale, ma è una rivoluzione umana, che sta cambiando le nostre forme del vivere. Educatori e docenti più che obbligati dovrebbero riscoprire la loro giusta postura nelle mutate condizioni in cui siamo. Se per un certo tempo abbiamo pensato che il sapere si potesse trasmettere in modo lineare – il modello della lezione, che viene etimologicamente da “lettura” – oggi dobbiamo maturare qualcosa di diverso e adattato al nuovo scenario. Non sono le conoscenze di per sé a dover essere tramesse/lette, ma la capacità di saper leggere il reale e adattarsi ad esso, senza farsi travolgere. Cosa vuol dire in concreto: nuove forme di apprendimento basate più sull’esplorazione, sulla messa in relazione delle conoscenze, sulla capacità di discernere l’attendibilità delle informazioni e di districarsi nei meccanismi spesso problematici delle interazioni tra esseri umani e sistemi automatizzati. Potremmo dire che alla prima fase dei social, quella della conversazione globale generalizzata, ora dobbiamo aggiungere nuovi interlocutori: le intelligenze non umane che aggiungeranno il loro contributo.

È vantaggioso insistere sulla dicotomia tecnologia amica o nemica nel dibattito che ormai coinvolge tutti?

Tutto ciò che è tecnologico è umano. Da sempre. Fin dal primo atto di innovazione che al principio della storia ci ha portato a superare i nostri limiti puramente naturali. Mettere in contrapposizione tecnologico e umano rischia di farci perdere il centro della questione. Rispetto a una pura contrapposizione direi che dovremmo seguire la strada di una proficua contraddizione. Non è una questione di posizioni in contrasto, ma di significati che decidiamo di dare alle nostre azioni potenziate dalla tecnologia. Contraddire vuole dire mettere alla prova, pensare in modo critico al nostro agire e infine arrivare a pensare a come pensiamo. Questa disputa feconda è quella che ci rende liberi di scegliere una strada rispetto all’altra. La pura contrapposizione invece rischia di entrare nella categoria del “vinca il più forte”. E la forza non è sempre il criterio più desiderabile da seguire. Lo abbiamo imparato – forse mai abbastanza – come Homo sapiens evolvendoci. A guardar bene è un cammino ancora tutto da fare.

Bruno Mastroianni, Filosofo e social media strategist

L’onlife ha imposto l’abbandono della differenza tra reale e digitale. I divari territoriali sulla digitalizzazione sono però ancora rilevanti e dove manca la connessione non si può parlare di cittadinanza digitale. Eppure la narrazione più accreditata ci dà tutti iperconnessi e non è così, purtroppo o per fortuna? La parte non connessa sarà quella che ci permetterà di non farci travolgere dal cambiamento?

Il paradosso è che la parte OFF è la meno adatta ad aiutarci a muoverci nell’ON. È un’idea romantica quella che ci fa rappresentare la disconnessione come più pura e autentica rispetto alla connessione. La realtà è che sono scenari diversi, con sfide diverse. Il digital divide o la digital inequality sono un problema da affrontare e risolvere. Le sfide dell’iperconnessione non si risolvono con il suo contrario – la disconnessione – perché semplicemente le annulla, non le affronta. Con un prezzo altissimo da pagare per chi rimane tagliato fuori. Ci vuole equità digitale come base per poi su quella costruire percorsi per una sana onlife. 

Ogni innovazione porta con sé un carico pieno di paure e timori. Il pc avrebbe dovuto seppellirci tutti eppure… La novità non è quasi mai meraviglia per l’uomo e molto spesso diventa angoscia. Siamo nel bel mezzo di una transizione storica e stiamo costruendo nuovi paradigmi culturali. La filosofia, oggi, come può aiutarci?

L’innovazione genera paura perché alla sua base c’è il cambiamento. Ogni paradigma culturale prima di essere capovolto e soppiantato da uno nuovo ha vissuto questo tremendo terrore (talvolta letteralmente). Ora, la rivoluzione digitale ha portato con sé un salto qualitativo notevole: non è il paradigma a cambiare, ma il cambiamento stesso a essere diventato il paradigma. Sembra un gioco retorico, ma non lo è. La necessità di adattamento, che poi è evoluzione, ha accelerato i ritmi di pari passo con i potenziamenti che ci vengono dalle innovazioni. Più si innova più si cambia fino a far diventare il cambiamento stesso la dimensione che ci caratterizza. Finché non si mette a fuoco questo, non si affronterà la paura. La filosofia può aiutare perché ci spinge a pensare a come pensiamo. E lo fa adattandosi alle condizioni di volta in volta mutevoli della realtà, cercando proprio in questo flusso ciò che si deve conservare e ciò che si può scartare. Una seconda navigazione di Platone riveduta e corretta. La sua era un andare oltre la conoscenza sensibile per rivolgersi alla soprasensibile. La nostra dovrebbe essere quella di navigare nel cambiamento alla ricerca di ciò che ci fa rimanere umani nel costante mutare in esso.

Per l’AI c’è chi parla di algor-etica e chi, invece, chiede a gran voce un’altra etica, diversa, nuova, in linea con i nuovi bisogni, con l’onlife. Qual è la tua idea in merito alla questione?

La mia idea non può essere che proseguire in questo dibattito tra differenti prospettive. È solo dalla contraddizione e messa alla prova vicendevole che potremmo trarre spunti per capire meglio dove siamo. Confesso di non avere un’idea definitiva in merito e credo proprio che questa sospensione in attento ascolto sia quella di cui c’è bisogno in momenti così mutevoli come quelli che stiamo vivendo.

Il Metaverso ha un potenziale altissimo in ambito educativo e tutto ciò che è immersivo, soprattutto per le nuove generazioni, sembra essere vitale. Fare esperienza facilita l’apprendimento. La Parola comincerà ad avere meno potere? Come disputeremo, felicemente, in futuro?

La parola acquisirà sempre più potere e centralità. Più aumenta la dimensione esperienziale – come con il metaverso – più aumenterà la varietà e la diversità delle interazioni tra esseri umani nel condividere (o meno) i significati delle esperienze. Nel presente e sempre più nel futuro, l’articolazione delle differenze (cognitive, linguistiche, emotive, culturali) sarà la principale necessità comunicativa umana. Trovare le condizioni di felicità per la disputa sarà sempre più attuale. 

E per finire, una curiosità… Abbiamo divorato quella del telefono, scriverai “Storia sentimentale dell’AI”?

Di sicuro. Lo farò però non appena l’AI entrerà nella dimensione della nostalgia. Cioè quando non sarà più vista come l’ultima arrivata sconosciuta e minacciosa, ma come una compagna di vita insostituibile con cui abbiamo vissuto momenti significativi del nostro vivere. È successo con l’invenzione di Meucci, accadrà con tutte le successive.

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