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Il mondo nel quale viviamo è profondamente caratterizzato dall’uso costante del digitale. I devices digitali sono divenuti una sorta di “protesi” digitale di noi esseri umani per comunicare e memorizzare. Ad oggi gli italiani che utilizzano i social media sono circa 36,5 milioni, ovvero ben il 60% dell’intera popolazione e di questi 9 milioni usano i social per entrare i contatto con i musei.

A fronte di questi numeri però solo pochi musei statali sono attivi sui social: 114 musei sono su facebook e 43 su twitter su un totale di 315 musei – fonte MuD Museo Digitale.  La comunicazione di questi è ancora parziale, non organizzata e spesso si riduce a mera condivisione di link informativi copiati e incollati da siti web ufficiali. Manca una strategia alla base che prevede gli strumenti digitali e social quale parte integrante della fruizione e della esperienza di visita del museo. In questi giorni lo dimostra anche la #MuseumWeek su twitter che vede tra i primi musei più attivi Massaciuccoli Romana (LU) e Museo Corona Arrubia (VS), due piccoli musei che competono nella top 10 con Louvre e British Museum.

In questo panorama, a mio avviso ancora poco innovativo, giovedì scorso è stato presentato lo studio di Civita – #Socialmuseums: uno studio che vuole essere uno strumento utile per i musei e le istituzioni culturali italiane per attuare strategie di comunicazione sulle piattaforme social.

Come affermato dal Ministro Dario Franceschini durante la presentazione di #Socialmuseums, oggi il sistema museale italiano è in radicale trasformazione. I 30 musei più importanti per collezione e numeri di visitatori si stanno dotando di una autonomia gestionale e di budget e sono stati selezionati nuovi direttori attraverso un concorso internazionale. Alcuni di questi sono già a lavoro e sono già pronti a competere strategicamente con il mondo dei social. Reggia di Caserta e Il Polo Reale di Torino hanno già impostato una strategia che mette a sistema la comunicazione tradizionale con quella sui social media. Altri hanno appena cominciato creando prima di tutto una nuova immagine visual che permetterà di farli competere a livello internazionale (Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Pinacoteca di Brera).

Questa autonomia di gestione dei “nuovi” musei statali, voluta dalla riforma Franceschini, permette oggi di prevedere una strategia innovativa di fruizione del patrimonio museale anche attraverso il supporto dei social network. Resta da risolvere la mancanza di personale con skill professionali richiesti dai social che però, come suggerisce il prof. Pietro Valentino nel rapporto di Civita, potranno essere selezionati direttamente dai nuovi direttori ad integrazione del personale del Ministero.

In conclusione un limite importante alla buona riuscita dell’utilizzo delle piattaforme social deriva soprattutto dalla missione che i musei si danno e dalla visione che vogliono dare di loro stessi.  Nel mondo attuale, in cui condivisione e partecipazione degli utenti sono alla base del successo dei progetti di gestione, non si dovranno più avere musei chiusi al pubblico o riserva di se stessi ma aperti strategicamente a condividere i contenuti culturali con la sua popolazione, il turista e il mondo intero. Il museo usa il digitale per farsi conoscere ma soprattutto deve puntare a tornare ad essere social(e).

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