Prima del caso “petaloso” non molti conoscevano dell’esistenza degli account social dell’illustre Accademia della
Crusca, l’Istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana con sede a Firenze. Non solo questi account esistono, ma costituiscono un esempio brillante di comunicazione aperta verso la comunità, un’attività quotidiana che prende decisamente le distanze da un’idea dell’Accademia come un luogo di cultura polveroso e inaccessibile. Del caso “petaloso” e dell’approccio ai social dell’istituto culturale abbiamo parlato con Vera Gheno, linguista e docente all’Università di Firenze, oltre che responsabile dell’account Twitter @AccademiaCrusca.
Quando sono nati i social network dell’Accademia della Crusca?
Nel novembre 2012 sono stati lanciati i profili social dell’Accademia: Twitter, che gestisco personalmente, e i canali Facebook e YouTube, dei quali si occupa la collega Stefania Iannizzotto. Non siamo strutturati come un vero e proprio social media team, perché ci occupiamo anche di altre mansioni, ma questa attività richiede sicuramente un impegno costante, che spesso non finisce con l’orario di ufficio. Negli scorsi giorni in particolare, con l’esplosione del caso di “petaloso”, il flusso di comunicazione è diventato tale da tenermi impegnata fino alle tre di notte.
Sulla scia di “petaloso” di quanto è sono aumentati i seguaci delle pagine social?
In questo particolare frangente c’è stata una notevole differenza tra i canali Facebook e Twitter. Nel primo caso i fan sono aumentati sì, ma senza avvicinarsi alla crescita registrata tra i follower di Twitter: qui siamo cresciuti di 4.800 utenti in meno di cinque giorni arrivando a 42.800, un ritmo davvero mai visto che ha goduto della risonanza che le persone hanno dato all’hashtag #petaloso, soprattutto su questa piattaforma. L’impressione generale è che molte persone siano venute a conoscenza dell’esistenza dell’Accademia della Crusca sui social proprio in questa occasione.
Qual è invece l’attività quotidiana che svolgete sui social?
Quella dell’Accademia della Crusca è tra le altre cose una lunga storia di consulenza, che nasce negli anni ’90, quando l’Istituto era a rischio chiusura per mancanza di fondi. In questo periodo Indro Montanelli indisse una sottoscrizione per il suo salvataggio, un’operazione che andò a buon fine, e che portò alla nascita di un periodico cartaceo, La Crusca per voi, il primo strumento di consulenza linguistica attivato e tutt’ora attivo. Questa attività ha rappresentato fin dall’inizio un modo per restituire qualcosa alla comunità e mantenere viva la discussione linguistica. Oggi gli strumenti si sono aggiornati e la consulenza continua sulle piattaforme social del web. L’approfondimento della lingua italiana non viene però solo dalle richieste che ci arrivano dalle persone, pubblichiamo infatti schede su casi particolari e sugli utilizzi più o meno propri della lingua.
Mediamente quante richieste ricevete sui social in un giorno?
Si tratta di un fenomeno molto volubile perché dipende da quello che succede nel mondo circostante. In linea di massima, mentre dal modulo presente sul sito web arrivano una media di una ventina di richieste al giorno, il flusso in arrivo sui social ci obbliga ad una selezione. Tra Facebook e Twitter riceviamo circa cinquanta richieste al giorno, per questo abbiamo deciso di rispondere in maniera diretta solo alle domande che permettono una risposta rapida: si tratta di risposte già presenti sul nostro sito oppure fonti affidabili come per esempio l’Enciclopedia Treccani e il DOP (Dizionario Ortografia e Pronuncia). Quando invece si tratta di richieste complesse le inviamo alla redazione del servizio consulenza linguistica, che privilegia le domande più frequenti. In questo caso la risposta che viene pubblicata sul sito web e su La Crusca per voi, che rappresenta la voce ufficiale dell’Accademia.
C’è una differenziazione tra il target che vi segue su Twitter e quello che vi segue su Facebook?
Sì, il target si differenzia molto, per questo io e la collega lavoriamo in autonomia e non pubblichiamo necessariamente gli stessi contenuti sulle due piattaforme. Abbiamo due stili diversi, anche se entrambi molto apprezzati dagli utenti dei singoli canali. Twitter è assolutamente minoritario rispetto a Facebook, rispecchiando la tendenza che si riscontra anche guardando alle stime degli iscritti nazionali, e si rivolge ad un pubblico di specialisti della comunicazione, mentre Facebook è sicuramente un canale più generalista.
Come è esploso il fenomeno “petaloso”?
In seguito alla condivisione da parte della maestra Margherita della foto che ritrae la risposta di Cristina Torchia dell’Accademia della Crusca, mi è stato segnalato un articolo di un giornale locale del ferrarese. Alle 19.55 dello scorso martedì sera – ormai non lo scorderò più – ho quindi condiviso la notizia tramite l’account Twitter dell’Accademia: la tenerezza del contenuto in questione ha fatto poi il resto, rendendo “petaloso” un fenomeno virale che ha oltrepassato i confini nazionali e ha coinvolto anche molte aziende, da Groupon alla Coop fino alla Lego, in pratiche molto divertenti e fantasiose di marketing sui social network. C’è stata poi la creazione da parte della Treccani di un gioco che si basa sul modificare alcune poesie famose inserendo la parola “petaloso” e infine il tweet di Zanichelli, casa editrice del dizionario Zingarelli, che ha scherzato sul possibile inserimento della parola nel loro vocabolario, dato il grandissimo uso che è stato fatto in quei giorni.
Nello #Zingarelli le parole con desinenza in -oso sono 1083. #Petaloso? Perché no… Per un #dizionario rigoglioso e ubertoso!
— Zanichelli Editore (@Zanichelli_ed) 24 febbraio 2016
In seguito alla risposta di Cristina Torchia sul caso “petaloso”, il web si è scatenato e molti sono stati quelli che hanno iniziato ad utilizzare l’hashtag per diffonderne l’utilizzo. I social sono un luogo particolare dove nascono le parole?
Io credo che i social non siano un luogo particolare dove nascono nuove parole e nuovi linguaggi: questo è sempre successo nella storia della lingua; quello che però fanno è diffonderle ad una velocità che non si era mai vista. Se ci pensiamo questo non accade però solo per le parole, ma potenzialmente per qualsiasi contenuto che viene pubblicato sulla rete. Per quanto riguarda “petaloso”, purtroppo, si è diffusa la convinzione sbagliata che in quanto Accademia della Crusca noi potessimo svolgere un’attività lessicografica e quindi inserire la parola nel dizionario. In realtà questo non è possibile, in primo luogo perché l’Istituto non svolge questa attività da più di cento anni e inoltre perché una parola entra nei dizionari quando viene usata nella quotidianità dai parlanti.
Prima di chiedere “potete inserire XY nel vocabolario?”, per favore leggete qui, grazie! https://t.co/BxROEQ89Al pic.twitter.com/cfj7Fe7CXI
— Accademia Crusca (@AccademiaCrusca) 28 febbraio 2016
Quali sono quindi i requisiti esatti perché una parola possa entrare nei dizionari?
Le parole entrano nei vocabolari, quando diventano appunto molto diffuse e raggiungono un certo peso statistico sulla lingua. Gli studi e le verifiche si compiono sulla base di grandi corpora linguistici, il che può quindi allungare molto i tempi rispetto all’uso effettivo della lingua; mi viene in mente il caso legato alla parola “supercazzola”, entrata ufficialmente nei vocabolari nel 2015, quando invece era una parola già nell’uso comune da almeno due decenni.
I social e le nuove tecnologie sono spesso visti come luoghi e strumenti che portano ad un impoverimento dell’italiano a favore delle parole inglesi, è una visione condivisibile?
Occorre fare un riflessione preliminare: il vocabolario che riguarda il digitale ci viene in maniera vistosa dal mondo anglofono, si tratta di tutta una serie di tecnicismi come “whatsappare”, “googlare”, “spoiler”, “selfie” e così via. Accanto a questi casi, che sono molto evidenti, c’è un uso della lingua propriamente italiano, penso a “doppia spunta”, oopure a “silenziare un gruppo” o “visualizzare”. Dopodiché lanciarsi per esempio nel tentativo di tradurre “hashtag” con “cancelletto” è un’operazione che ne impoverisce il significato, rendendolo più lontano, oltre a tradire un uso magari stabile da tempo. Quando invece i termini sono più recenti, si può intervenire e tentare di far entrare nell’opinione pubblica e nell’italiano comune degli equivalenti italiani. All’Accademia della Crusca abbiamo un gruppo di lavoro, Incipit, che si occupa proprio di analizzare gli anglicismi incipienti, ovvero quelli che ancora non sono acclimatati in italiano e sui quali ha ancora senso intervenire.
Visto che è stata la notte del cinema, rilanciamo la nostra risposta su SPOILER/SPOILERARE: https://t.co/vBsyuxggXX pic.twitter.com/M6pyt0VwK8
— Accademia Crusca (@AccademiaCrusca) 29 febbraio 2016