“Panic Botton”, questo il nome dell’app open-source lanciata lo scorso 22 giugno da Amnesty International. Qualche tempo avevo già scritto un post sulle app promosse da associazioni ed enti non profit ma questa applicazione è davvero speciale: il suo scopo è facilitare la localizzazione e il soccorso di attivisti e volontari in pericolo. Disponibile gratuitamente in 4 lingue ma l’intenzione è arrivare a 16, Panic Botton è un’app di geolocalizzazione e messaggistica che può essere installata gratuitamente su tutti cellulari Android e Iphone.
In modo semplice ed automatico, l’attivista arrestato, rapito, ferito può inviare un sms di emergenza a tre persone fidate con indicata la sua esatta posizione. Premendo rapidamente per 5 volte il tasto di accensione del telefono il messaggio partirà automaticamente e, oltre alle coordinate, invierà un testo pre-impostato che gli operatori di Amnesty consigliano di scrivere usando parole “in codice” così da essere compreso solo dai riceventi. Tuttavia Amnesty sottolinea come l’app debba essere usata con cautela, perché purtroppo c’è il rischio che possibili bug nel funzionamento finiscano per rivelare informazioni preziose per mappare gli attivisti, incrementando la loro stessa condizione di rischio.
Comunque ad oggi Panic Botton è già stata sperimentata con successo da 100 attivisti in 17 paesi del mondo e Amnesty ha pensato di raccontare la sperimentazione in un blog su Tumblr http://panicalert.tumblr.com/. Quel racconto fatto di tante voci è presto diventato una vera e propria campagna di informazione sui diritti violati e sulle violenze che ogni giorno subiscono migliaia di attivisti.
Sul blog possiamo leggere la testimonianza di Ibrahim Alsafi, attivista dei diritti umani in Sudan, che spiega come l’app Panic Botton sia stata utilissima per capire dove fossero alcuni studenti dell’Università di Karthoum arrestati illegalmente dalle autorità. “Everyone who might face danger in their work – spiega Alsafi – needs to have the application on his or her phone: activists, human rights defenders, students, lawyers, everyone back home in Sudan must have it”.
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