Nato come risposta alternativa alla perfezione patinata dei feed tradizionali, il fenomeno di BeReal — e, più in generale, la traiettoria delle piattaforme basate sull’istantaneità — ha svelato una delle dinamiche più affascinanti della cultura digitale contemporanea: la codificazione del qui e ora.
La promessa è semplice e lineare: una notifica simultanea, due secondi per scattare, nessuna possibilità di filtro. Ma, nel momento stesso in cui la spontaneità viene integrata in una piattaforma, viene immediatamente strutturata, trasformandosi anch’essa in una forma di narrazione geometrica e pianificata.
La geometria del ritardo e la coordinazione del quotidiano
Questa dinamica si manifesta nella fessura temporale tra l’impulso e l’azione. Un momento, forse addirittura automatico, che porta il soggetto a “rielaborare il set”. L’adozione frequente del “ritardo consentito” mostra come la ricerca dell’autentico sia in realtà un’automatica progettazione dell’immagine. Scegliere di scattare in un secondo momento significa operare una vera e propria selezione estetica: si attende un contesto funzionale — la tazza di caffè allineata, la luce corretta, un momento di interazione — pur mantenendo intatta la grammatica visiva del “casuale”.
Siamo talmente abituati a una comunicazione estetica che, anche “la migliore delle intenzioni”, rischia di scivolare in una vera e propria architettura della presenza. La spontaneità viene così accolta, decostruita e rimontata secondo codici condivisi. L’inquadratura doppia (fotocamera frontale e posteriore) espande lo spazio del racconto, portando il soggetto a una doppia postura: testimone dell’ambiente circostante e, simultaneamente, osservatore consapevole di se stesso. E l’utente a vivere uno scatto apparentemente “istantaneo”.
La codificazione del quotidiano
In questo ecosistema, l’imperfezione si trasforma in un nuovo codice di comunicazione sociale. Esiste una sottile estetica del quotidiano che si sviluppa con la stessa cura concettuale della vecchia estetica della perfezione (feed perfetto, preset, set curato, ecc.). Ciò che apparentemente potrebbe rappresentare una situazione “da istantanea”, come un desktop caotico, una sfocatura, una posa naturale, non sono altro che una potenziale progettazione della propria identità.
La piattaforma non elimina lo schermo protettivo, ne sposta semplicemente i confini. La tendenza non è più verso l’ideale irraggiungibile, ma verso una trasparenza fittizia del proprio quotidiano.
Lo spazio liminale: per una postura ibrida e consapevole
Il superamento del paradosso dell’autenticità costruita non passa attraverso il rifiuto della tecnologia, ma attraverso la comprensione dei suoi meccanismi.
Riconoscere che la nostra identità si muove fluidamente tra il dentro e il fuori, e il reale dal costruito, permette di vivere la rete non come un vincolo performativo, ma come uno dei tanti spazi in cui esprimere la propria presenza. E dall’altra parte educare l’utente a comprendere che non tutto ciò che appare “istantaneo” è realmente tale.
A cura di Violante Caburlotto