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“Qualunque macchina non fornirà mai un pensiero complesso” 

Intervista a Clelia Piperno, CEO di Babylonian Talmud Project

Laureata in Scienze Politiche, costituzionalista, docente universitaria. Nel 2016 sei stata nominata “Donna dell’anno” dalla rivista online “Lilith – Independent, Jewish and Frankly Feminist”. Nel corso della tua carriera hai svolto attività di consulenza per diverse Istituzioni pubbliche italiane e europee. CEO di Babylonian Talmud Translation Project; premiata con il WMF Award “AI for Culture Heritage & Human Rights” per il tuo lavoro nel combattere la discriminazione utilizzando l’AI nel settore del patrimonio culturale.

La tua frase ricorrente è “nulla ti illumina se non quello che hai già dentro”, insomma, chi è Clelia Piperno?

Sono nata e cresciuta in una famiglia in cui i libri e la cultura erano valori dirimenti. Successivamente la mia scelta di dedicarmi agli studi mi ha spinta a esplorare i confini del diritto e delle società, in particolare il modo in cui i sistemi normativi e culturali possono dialogare e integrarsi, cercare di declinare quali siano e se ci siano diritti sociali inviolabili, che determinano se una coesistenza possa essere o meno pacifica. La mia carriera accademica mi ha portata a collaborare con istituzioni nazionali e internazionali, ma il mio cuore è sempre stato nella promozione dei valori della conoscenza e del dialogo politico come strumento di inclusione. Il Progetto Talmud, che dirigo da anni, è il risultato di questa visione: un’iniziativa ambiziosa che unisce tradizione e innovazione, per rendere accessibile a tutti uno dei testi più complessi e affascinanti della cultura ebraica e non solo anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie più innovative. 

Clelia, parliamo del Progetto Talmud. Com’è nato, qual è stata la visione, quali sono state, invece, le resistenze incontrate?

Il Progetto Talmud è nato da un sogno, quello di riportare uno dei testi fondamentali della tradizione ebraica nel cuore della cultura italiana. La sfida principale è stata coniugare la profondità del contenuto con le tecnologie necessarie per tradurlo e digitalizzarlo adeguando l’esigenza della conoscenza ai criteri della ricerca. Non sono mancate, appunto, le resistenze, soprattutto perché il Talmud è un testo complesso, ricco di commenti, opinioni e sfumature, difficili da rendere in un’altra lingua senza perdere la sua essenza. Tuttavia, grazie a un team di esperti multidisciplinari e al supporto di tecnologie come la linguistica computazionale, siamo riusciti a superare queste difficoltà. Questo percorso ci ha portati a creare nuove connessioni tra Università, centri culturali e istituzioni, mostrando come il Talmud possa essere uno strumento di confronto tra mondi diversi.

Ti ho sentita in diversi contesti e i tuoi interventi sull’IA, ed il suo impiego, stimolano riflessioni che escono fuori dal mainstream. Ci avviciniamo al 27 gennaio, “Giorno della Memoria”: come si possono utilizzare le nuove tecnologie per la costruzione di una memoria condivisa?

Credo fermamente che le nuove tecnologie possano essere strumenti straordinari per la costruzione di una memoria condivisa, a patto che vengano usate con scienza e coscienza. Il Progetto Talmud, è una dimostrazione che la tecnologia non solo può facilitare l’accesso a un testo complesso, ma anche creare nuove modalità di interazione con esso. Archiviamo e analizziamo contenuti in modo che siano accessibili, interattivi e condivisibili. Allo stesso tempo, le piattaforme digitali possono essere usate per raccontare storie collettive, per preservare e tramandare ricordi che altrimenti rischierebbero di andare perduti. Nessuna tecnologia può sostituire la creatività umana, ma sicuramente contribuire ad un accesso semplificato alle fonti, ai testi. In sintesi, però, qualunque macchina non fornirà mai un pensiero complesso.

Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni nei sistemi di IA: come possiamo superarli?

I sistemi di intelligenza artificiale riflettono sia l’impostazione di chi li crea che le statistiche dei dati che vengono immessi, o che la macchina è in grado di raccogliere in funzione del bias nativo. Questo significa che se i dati contengono pregiudizi o stereotipi, l’IA li rifletterà. La soluzione? Innanzitutto, lavorare sulla certificazione di chi costruisce le macchine, idem sulla qualità dei dati: renderli rappresentativi ed inclusivi altrimenti saremo sempre a fare i conti con un pensiero ottativo. È, quindi, essenziale che dietro ad ogni algoritmo ci siano team diversificati, con punti di vista differenti, capaci di individuare e correggere distorsioni che altrimenti passerebbero inosservati. Dobbiamo, inoltre, insistere sull’educazione: chi utilizza o sviluppa queste tecnologie deve essere consapevole dei rischi e delle responsabilità. L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma va usato con etica e visione.

Si può già parlare di IA italiana? E l’IA italiana è europea?

Non credo che si possa ancora parlare di una vera e propria identità di ‘IA italiana’. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti: università, centri di ricerca e aziende italiane stanno investendo molto in questo settore. Quello che possiamo dire con certezza è che l’Italia sta contribuendo a costruire un modello europeo di intelligenza artificiale, basato su valori condivisi come il rispetto dei diritti umani, la trasparenza e l’etica. L’Europa può e deve distinguersi dagli approcci di altri continenti, mettendo al centro la persona e il bene comune. Immaginare casi isolati di brandelli di intelligenza europei che competano con i giganti del Tech della Silicon Valley, significa votarsi alla residualità.

IA e Stato di diritto: quale futuro per la democrazia in Italia e nel mondo?

L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida cruciale per la democrazia e lo Stato di diritto. Da un lato, può rafforzare le istituzioni, rendendole più efficienti e trasparenti; dall’altro, se usata in modo improprio, rischia di minare la fiducia dei cittadini e di accentuare le disuguaglianze. Il futuro dipende da come sapremo bilanciare innovazione e regolamentazioni: regolamentare senza imbrigliare la creatività è la vera sfida in atto. È essenziale che le decisioni sui sistemi di IA siano prese in modo partecipato nei luoghi di competenza, coinvolgendo tutti gli attori sociali. Solo così possiamo garantire che la tecnologia sia al servizio della democrazia, e non il contrario.

Progetti futuri?

Il Progetto Talmud è solo un inizio. Stiamo lavorando per completare la traduzione e ampliare le modalità con cui il Talmud può essere studiato e consultato, ad esempio attraverso piattaforme interattive e strumenti di apprendimento automatico. Ma il nostro obiettivo più ambizioso è quello di trasformare questa esperienza in un modello replicabile per altri testi e contesti culturali. Possiamo, inoltre, portare il nostro contributo per esplorare ulteriormente il potenziale dell’intelligenza artificiale nel campo dell’inclusione e del dialogo interculturale, cercando nuove modalità per mettere la tecnologia al servizio degli attuali diritti di cittadinanza. A tal proposito, commentandoti rapidamente la notizia di questi giorni, ritengo che la decisione di Zuckerberg di chiudere il programma di inclusione e diversità sia un passo gravissimo che cancella anni di impegno per costruire una società più equa e rappresentativa. Questo non è solo un errore strategico, ma un segnale allarmante: eliminare l’inclusione significa smantellare diritti fondamentali.

La diversità non è un lusso. La diversità è una necessità per l’innovazione e la sostenibilità; senza di essa, il progresso tecnologico diventa vuoto e rischia di amplificare le ingiustizie, invece di risolverle.

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