di Giacomo Biraghi
Milano: cosa la definisce? Proviamo a rappresentarla in modo nuovo con tre peculiari esempi.
Il primo è relativo al fatto che ogni città vive secondo un proprio personale ritmo che scandisce i tempi in cui le cose accadono, si inaugurano spazi, cambiano le mode, si va in un certo ristorante, si frequenta un determinato club, sono vincenti certe aziende, si fanno buoni propositi. A Roma questo ciclo è annuale, a Londra mensile. A Milano è trimestrale.
Proprio così. Milano vive tre stagioni all’anno (è ovvio, l’estate non si passa a Milano…). La prima vede il risveglio della città dopo la pausa, a inizio settembre. Potremmo indicare il 7 settembre come il capodanno milanese, unico diverso da quello del calendario gregoriano nel mondo occidentale. È in questa data che si fanno buoni propositi, si avviano nuove attività, si incontrano gli amici per rinsaldare i legami, si iniziano nuove esperienze. Milano ha poi un secondo capodanno, quello istituzionale, il 7 dicembre, che segna l’avvio del secondo trimestre. Dal 7 marzo prende infine il via il trimestre d’oro della città, quello incardinato sulla design week e che vede concentrate in soli tre mesi tutte le energie e le attività dei milanesi.
Un secondo elemento caratterizzante Milano è la Fabbrica del Duomo. La nostra cattedrale è l’unico monumento nel mondo occidentale cui vengono applicate tecniche di restauro sostitutivo anziché conservativo. Come la Muraglia cinese, la Città proibita e i templi giapponesi vengono di frequente totalmente ricostruiti con nuovi materiali che rispecchiano, più o meno, ciò che è appena stato distrutto, così nel Duomo vengono sostituiti totalmente statue e pezzi con altri più o meno simili. Gli originali vengono conservati nel Museo del Duomo oppure, alloggio certo meno prestigioso, in un parcheggio sotto al cavalcavia del Ghisallo, in fondo a viale Certosa.
Colpo di genio tutto milanese, infine, il Bosco Verticale, vincitore nel 2014 dell’International Highrise Award come grattacielo più bello del mondo, è il terzo e ultimo elemento peculiare del carattere di Milano e ha permesso di sdoganare cemento e grattacieli inserendoli nella retorica ambientalista.
Ok. Certo.
Sono dunque Milanottimista.
Gli ultimi anni hanno visto i primi vagiti della città che desidero da quando ho cominciato a lavorare: densa, intensa, piena di interessi diversi che sanno convivere, amante dello sviluppo, dei grattacieli, delle infrastrutture, delle fiere, dei grandi eventi.
Una città affamata di futuro, orgogliosa della sua storia e del suo ruolo globale: l’unica metropoli mondiale tascabile, l’unica grande città in Italia che non fu mai capitale di uno stato ma che sa di essere su più fronti leader incontrastata delle funzioni più pregiate (moda e design, manifattura 4.0, startup…).
Ok bene.
Ma io voglio di più.
Proprio per tutto questo confermato milanottimismo voglio più ambizione. Siamo pronti e ci sono tutte le condizioni per chiedere maggiori spazi di manovra. Abbiamo bisogno di un nuovo forte obiettivo dopo Expo 2015.
Dovremmo chiedere non fondi dall’alto, ripartizioni di somme raccolte dal governo italiano o comunitario, ma compartecipazioni alle entrate tributarie (per esempio una parte dell’Iva generata dal territorio).
Insomma, io la chiamo Milano città stato, ma chiamiamola come vogliamo. Prendiamoci in mano il nostro futuro o sarà un rincorrere piccoli obiettivi di manutenzione del presente perdendo lo slancio unitario che aveva dato l’esposizione universale.
Che sia un nuovo slancio. Insieme istituzioni, associazioni, aziende e cittadini ce la possiamo fare.
Mi viene in mente subito un’idea concreta per testimoniare questa nuova direzione per la mia città, che per cinque giorni ogni anno da vent’anni almeno diventa la capitale del design mondiale: la famosa Milano Design Week (o Fuorisalone che dir si voglia, come da geniale etichetta data da Interni a quell’insieme scomposto, energetico ed anarchico di eventi e mostre che si diffondono per poco più di 100 ore in tutta la città).
Un’idea che si basa su quelle relazioni stabili, addirittura incarnate da un edificio, che solo gli architetti sanno evocare spazialmente e non solo idealmente.
Mi viene in mente una proposta per il futuro di Milano: perché non trasformare le cento ore della design week in una stagione del design lungo tutto l’anno? D’altronde il calcio o la Scala non vivono solo una settimana, ma sono fenomeni culturali ed economici che durano tutta una stagione. Chi potrebbe parlare di Calcio week o di Scala week senza mettersi a ridere?
A mio avviso il capoluogo lombardo è dunque maturo per pensare ad una vera e propria “stagione del design”, un insieme di eventi e di relazioni permanenti incarnati magari in una serie di edifici e di quartieri sempre vivi (e non in quelle meteore urbanistiche della Zona Tortona, Centrale o Ventura vive per pochi giorni e poi di fatto spente tutto il resto del tempo).
Dalla design week alla stagione del design.
Un calendario di relazioni e scambi sempre vivi, magari anche intrasettoriali, mixando sapientemente design, moda, cultura, musica, arte. Passando tranquillamente dal pop all’elitario, senza paura di sperimentare e di includere.
Ecco forse fra qualche anno ci si metterà a ridere a sentire che nel 2018 c’era solo una settimana del design. E tutti saremo pronti a seguire la stagione del design milanese, tutto l’anno, dappertutto, sempre.
Ecco la Milano innovativa che voglio.