Rigenerazione urbana, innovazione e lavoro vanno di pari passo a Milano.
Lo dicono i dati, presentati ieri in comune, dell’indagine dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro, Attività produttive e Commercio, sulle start up sorte dal 2012 ad oggi con il contributo dei fondi messi a disposizione dall’ente attraverso i bandi per il rilancio economico delle periferie.
Come “Risorse in periferia”, “Tira su la clèr”, “Tra il dire e il fare” e “Agevola Credito” e, ultimo, finora, della serie, “Startupper”, scaduto a maggio scorso, 1 milione e mezzo di euro che ha fatto germogliare 21 imprese distribuite in aree periferiche della città, 16 delle quali fondate da donne sotto i 35 anni.
Colpisce, guardando al campione di 382 imprese e start up monitorate – 570 complessivamente quelle nate dal 2012 anche grazie ai bandi per le periferie – il tasso di “sopravvivenza”: l’83% rispetto al 44% della media nazionale, secondo il Rapporto PMI 2015 di Confindustria e Cerved.
Importante anche il dato sull’occupazione generata dalle start up monitorate: 1.222 dipendenti in aggiunta ai 706 soci fondatori.
Parla chiaro anche il fatturato: oltre 314 milioni di euro rispetto a un investimento quadriennale del Comune di 7,1 milioni di euro, che si traduce in 43 euro di fatturato per ogni euro di contributo da parte del comune, che è partner in 8 incubatori d’impresa.
Questo dato, insieme a quello complessivo dei 5.500 nuovi occupati nelle 570 imprese, è “la miglior cartina di tornasole” dell’efficacia delle politiche comunali secondo l’assessore alle Politiche del lavoro Cristina Tajani, che sottolinea il “doppio binario” sul quale si muove l’amministrazione per stimolare imprenditoria e occupazione: “impulso all’apertura di nuove imprese di vicinato, soprattutto in periferia” e “contemporaneo sostegno a moderni incubatori d’impresa dove coltivare start-up a vocazione innovativa, tecnologica e sociale”.