Nella mia intervista ho parlato di transizione digitale con l’Onorevole Giulia Pastorella, deputata della Repubblica italiana, vicepresidente di Azione e Consigliera comunale a Milano. Qual è lo stato dell’arte della digitalizzazione nel nostro paese, quali modelli europei efficaci potremmo seguire, come educare al digitale e come si stanno digitalizzando i servizi della Pubblica Amministrazione.
Onorevole, come sta andando la transizione digitale del nostro paese visto anche l’ultimo indice DESI che non vede una crescita dell’Italia?
“C’è la tendenza prima a legiferare e poi a pensare all’adozione delle tecnologie. Penso per esempio all’intelligenza artificiale: ci siamo affrettati a fare una legge ma abbiamo lasciato invece lettera morta sulle strategie nazionali dove si parlava proprio di adozione dell’AI, di come le aziende e i cittadini possano usare questa tecnologia al meglio. Vediamo come lato connettività, che è una precondizione per la digitalizzazione, non siamo riusciti a tenere le scadenze del PNRR e abbiamo dovuto aggiustare il tiro sul piano Italia a 1 Giga con anche soluzioni di fortuna che ricorrono alle connessioni satellitari che non erano previste.
Sul lato transizione digitale delle imprese abbiamo visto il pasticcio di transizione 5.0 per cui si è tornati a industria 4.0 non essendo in grado di rivedere l’allegato che parla proprio di beni immateriali, quindi di software e di tutte quelle tecnologie che oramai fanno la differenza. Non è più il macchinario che fa la differenza. Potrei continuare, c’è l’esempio della guida autonoma in cui il governo ha rifiutato di modificare il codice della strada salvo poi adesso rimediare con quelle risoluzioni che sono degli strumenti molto blandi e non cambiano la normativa. Penso al tema data center, infrastrutture fondamentali per l’intelligenza artificiale, in cui il governo sta trascinando i piedi per approvare una legge che giace in commissione, a mia prima firma, da otto mesi. Quindi la digitalizzazione su molti fronti si sta portando avanti in maniera sbagliata o non si sta portando avanti affatto.”
In Italia come in altri paesi europei quindi c’è uno stallo sull’evoluzione tecnologica e sulla digitalizzazione anche delle aziende e dei cittadini, però ad esempio la Spagna ha messo in campo un modello che ha permesso poi una crescita esponenziale, secondo lei è possibile mutuare questo modello anche nel nostro paese?
“Con i dovuti accorgimenti, perché non partiamo dagli stessi punti di partenza. Io trovo sempre ragionevole andare a guardare cosa fanno i nostri vicini per non reinventare la ruota. La Spagna non è che abbia inventato chissà cosa, è un giusto mix tra attrattività di talenti, politica di infrastrutture, politica di attrattività di capitali e anche incentivi tecnologicamente neutri alla digitalizzazione, inoltre sta attirando moltissime medie imprese e professionisti del settore. Sono tutte cose che in parte anche noi facciamo, ma penso che la vera differenza è la visione politica. In Spagna si è deciso che quella era la direzione, mentre in Italia siamo ancora legati a un’idea di sviluppo industriale novecentesco, per cui si deve puntare sull’industria pesante, su quella legata molto alla produzione industriale e non si capisce che bisogna invece far fare un salto di qualità e di innovazione alle nostre filiere e quel salto non si può fare senza una politica deliberata di spinta in quel senso. La differenza non è tanto negli strumenti, anzi, noi abbiamo il credito di imposta per la ricerca, abbiamo gli incentivi dell’industria 4.0, abbiamo la possibilità di ricorrere a liste privilegiate per competenze specifiche anche nel mondo digitale, però non ci puntiamo. Ciò non vuol dire diventare una Silicon Valley di soli servizi, perché non ha senso, ma significa che le nostre filiere tradizionali devono fare un salto in avanti.”
Lei ritiene che ci sia poi la capacità, anche a livello scolastico, di formazione e di istruzione, per poter dare le giuste competenze che forse mancano, soprattutto a livello specialistico del nostro paese, oppure sarebbe da riformare anche il modello educativo?
“Sicuramente il modello educativo ancora non ha trovato bene come integrare queste nuove competenze, mi riferisco in particolare alle fasce più piccole della popolazione, all’insegnamento del digitale a scuola.
Si è rimasti ad un modello per cui bisogna insegnare a fare coding, ma non è quello l’obiettivo. Non dobbiamo diventare tutti sviluppatori, dobbiamo però diventare tutti cittadini consapevoli. Ho trovato interessante nelle ultime statistiche che sempre di più ci sono corsi di intelligenza artificiale in materie non STEM, non tecnologiche. Questa è la direzione giusta, bisogna andare a far capire che il digitale in generale e l’intelligenza artificiale in particolare non è limitata al comparto IT, ma è qualcosa che toccherà tutte le professioni e in tutti i modi, quindi le competenze vanno sviluppate in quel senso, non puntando a fare diventare tutti sviluppatori, ma fornendo le conoscenze in modo che tutti sappiano che c’è un algoritmo e come eventualmente utilizzarlo nel proprio ambito.”
Nella pubblica amministrazione come possiamo uniformare lo sviluppo del digitale?
“Lato PA non siamo messi così male. Ricordiamoci che siamo stati i primi ad introdurre un sistema di accesso ai portali della PA come lo SPID e grazie ai fondi PNRR, lato cloud, abbiamo fatto passi da gigante. Anche con l’app IO siamo stati precursori tanto che, proprio su questo modello, si sta sviluppando il digital wallet europeo. Bene quindi l’offerta dei servizi digitali della PA ma bisogna capire se la domanda da parte dei cittadini è capace di recepire questa offerta. Spesso però non si rispettano principi cardine come quello del once-only dove la PA non deve chiedere ripetutamente al cittadino informazioni personali.
Inoltre ci sono ancora grandi disparità territoriali, quindi lo sforzo deve essere quello di omogeneizzare verso l’alto più territori possibili.”